Città del Vaticano – Verso il conclave “arlecchino”.
Nei giorni scorsi, abbiamo cercato di riassumere la complessità della chiesa e delle posizioni dottrinali e pastorali. La stessa varietà delle figure più autorevoli fra i cardinali e le rispettive biografie fanno capire quanto sia vera la definizione di chiesa universale.
A prescindere da chi sarà il nuovo pontefice, ci sono alcuni dati oggettivi. Sarà il conclave più affollato della storia: gli esperti di diritto canonico hanno chiarito che, nonostante le regole pongano il limite di 120 elettori, allo stesso tempo ogni singolo cardinale sotto gli 80 anni deve votare. Ha prevalso il diritto/dovere del singolo, un approccio che gli esponenti del personalismo cattolico avrebbero apprezzato. Di conseguenza, servirà il numero più alto di voti della storia per arrivare alla maggioranza dei due terzi. I 133 elettori vengono da 71 Paesi, record: nel 2013 i Paesi di provenienza dei cardinali erano 48. Ad oggi, è il conclave più social, sia per le citazioni ed i post sui social, sia per la quantità di selfiepubblicati dai cardinali sulle loro pagine, alcuni di dubbio gusto.
Nella fase preliminare, abbiamo visto una chiesa molto umana: dal cardinale che organizza una chiacchierata fra colleghi nella sua camera, mette a disposizione il proprio frigobar e si stupisce che deve pagare per i superalcolici, a quello di cui non si sa l’età. Da Becciu, tentato fino all’ultimo di forzare le regole, fermato solo da due lettere attribuite al defunto pontefice, quantunque solo siglate F. Abbiamo visto cardinali quasi pregare per farsi intervistare dai giornalisti, per rilasciare poi dichiarazioni contradditorie fra loro: c’è chi ha detto “decideremo in poco tempo”, chi ha chiesto “una riflessione approfondita”.
Abbiamo sentito dire che “Bergoglio ha esagerato, spingendosi troppo oltre, dobbiamo tornare alla tradizione” ed altri dire che “Bergoglio ha iniziato dei processi, tocca a noi continuare nella direzione da lui tracciata”. Insomma, per alcuni ha fatto troppo, per altri ha fatto troppo poco.
È il conclave dove è evidente che sembra esserci un superfavorito, il segretario di Stato Parolin a cui è già stato attribuito uno svenimento mai avvenuto, a testimonianza della malizia e del cinismo (per non chiamarli veleni) in circolazione. Ma forse, per una volta, la regola “chi entra Papa esce cardinale” vedrà un’eccezione. Essendo un collegio molto variegato, dal punto di vista geografico, anagrafico (l’elettore più giovane ha 45 anni, altro record), politico, sociale, dottrinale e culturale. In questo “patchwork” che è oggi la chiesa, è normale che i cardinali cerchino un punto di riferimento stabile, conosciuto, un uomo che sia pratico della curia e delle dinamiche internazionali, che abbia grandi capacità diplomatiche.
Resta la realtà dei numeri e ce ne sono alcuni che descrivono la duplice crisi che affronta la Santa Sede e che sicuramente saranno nell’agenda del nuovo papa. Da un lato, lo squilibrio fra i luoghi tradizionali della chiesa e i luoghi di presenza più recente: in Europa e nelle Americhe crollano il numero di battezzati, di partecipanti alla messa e quello dei sacerdoti, mentre in Africa ed Asia crescono vocazioni e numero di fedeli.
Oltre alle chiese, anche le casse sono svuotate: la crisi economica e finanziaria della Santa Sede non nasce oggi, ma è frutto di decenni di mala gestione e di scandali, al punto che una figura potentissima come Tarcisio Bertone, ex segretario di Stato e plenipotenziario sulle nomine, non fa più notizia proprio per non ricordarne le malefatte.
Risolvere i problemi, mantenere il prestigio della Chiesa nello scenario internazionale, recuperare fedeli, colmare il buco economico, mantenere un profilo popolare, indicare la direzione giusta da prendere, non solo ai credenti, nelle politiche economiche e sociali, tenendo insieme modernità e dottrina: sfide epocali. Si capisce perché’ l’anticamera della sacrestia della Sistina dove il papa neoeletto si vestirà e rimarrà solo per qualche momento viene chiamata “stanza delle lacrime”.
Thomas Moore
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