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Tribunale - La presunta vittima si è opposta alla richiesta di archiviazione di difesa e procura

“Schiavizzata da mio marito”, 38enne rischia processo davanti alla corte d’assise

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Rita Cialoni

Al gip Rita Cialoni l’ultima parola

L'avvocato Giuseppe Picchiarelli

Il difensore Giuseppe Picchiarelli


Viterbo – (sil.co.) – È accusato anche di riduzione in schiavitù, motivo per cui rischia di finire a processo davanti alla corte di assise.  

Si tratta di un marocchino di 38 anni residente in un centro della Teverina finito nei guai il 4 marzo 2024  quando la moglie, una connazionale anche lei di 38 anni, ha chiesto aiuto ai carabinieri ed è scattato il codice rosso.

Il 38enne è indagato anche per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e spaccio. Lei è in Italia da quattro anni e faceva la badante da due mesi. Lui, in Italia da venti anni, il muratore. La coppia si era sposata un anno e mezzo prima nella moschea di Viterbo e non ha figli. 

La procura, al termine delle indagini,  ha chiesto l’archiviazione cui la donna si è opposta. Il caso è stato discusso mercoledì davanti alla gip Rita Cialoni, cui spetta ora l’ultima parola, che dopo avere sentito anche la versione del difensore Giuseppe Picchiarelli si è riservata. “La parte offesa non è attendibile – spiega il legale, insistendo per l’archiviazione – non sono emersi riscontri alle sue dichiarazioni, mentre ci sono tutta una serie di contraddizioni e anche bugie palesi, emerse nel corso delle indagini”.

Pesantissime le accuse, tra cui non averle credito tre volte che è stata violentata, due delle quali da suoi amici e una da un tunisino che le aveva promesso un lavoro. “Mi ha sempre maltrattata – dice la 38enne – ogni giorno mi riprendeva continuamente con il proprio telefono cellulare, sia durante le incombenze domestiche che durante i rapporti intimi, girando poi i video ai suoi amici”.

Il marito l’avrebbe privata di tutto. “Mi teneva in casa isolata da tutti come una schiava – sostiene la donna – mi portava a casa i generi alimentari ed io dovevo cucinare per lui, ero persino priva di vestiti, mi dava della puttana, mi minacciava continuamente facendomi pesare il fatto che in Italia sono sola e che qualora lo fossi andata a denunciare, non solo non sarei stata creduta, ma sarei stata  espulsa verso il Marocco. Mi ha sempre impedito di lavorare e di crearmi una mia autonomia, così di fatto isolandomi e rendendomi dipendente da lui”.

L’avrebbe inoltre violentata plurime volte. “Mi consente di uscire solo per fare la spesa al mercato e mi impone di non parlare con nessuno, infatti non ho amici e sono totalmente sola. Fin da quando ci siamo sposati, in innumerevoli occasioni, mi ha costretta ad avere rapporti sessuali con lui anche quando non ne avevo voglia, tali episodi si sono ripetuti decine di volte, sempre tra le mura du casa. Non ho mai opposto alcun tipo di resistenza per paura di essere picchiata, cosa che peraltro ha fatto in molte occasioni sempre in casa nostra, senza alcuna ragione”.

Sarebbe anche stata accoltellata al volto. “Mi ripete sempre che sono al sua schiava e come tale devo essere picchiata e violentata, quando mi picchia lo fa colpendomi con calci e schiaffi, impedendomi poi di recarmi ni ospedale, cosa che comunque ho fatto. In una circostanza, che risale ad una sera del mese di maggio 2023, mentre eravamo in casa da soli e lui era sotto l’effetto di stupefacenti, al culmine dell’ennesima sfuriata immotivata contro di me, cercò di uccidermi con un coltello da cucina procurandomi un taglio al sopracciglio sinistro che ho documentato scattandomi delle fotografie con il mio telefono cellulare“.

Quindi la droga. “Mio marito fa uso di hashish e marijuana e l’ho sentito spesso parlare al telefono con acquirenti e con un suo cugino che vive in Francia, facendo chiaro riferimento all’attività di spaccio. Il 9 giugno 2023 mi sono accorta che mi ha somministrato qualcosa di nascosto, credo della droga, perché dopo aver mangiato sono stata male con delle allucinazioni e mi sentivo come se stessi impazzendo e lui al telefono con suo fratello gli ha detto che era quasi riuscito ad uccidermi, facendo chiaro riferimento alla somministrazione di droga nei miei confronti. Dopo essermi sentita male, sono rimasta a letto per quattro mesi ed ero come impazzita, ma sono comunque riuscita a recarmi all’ospedale di Viterbo dove mi è stata prescritta una terapia con antidepressivi“.


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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14 giugno, 2025

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