Viterbo – C’è anche un sindacalista del capoluogo tra gli indagati. Ma soprattutto c’è un consulente del lavoro viterbese, il cui studio è stato perquisito ieri mattina. Quest’ultimo considerato uno dei due vertici dell’associazione per delinquere, di cui sarebbe stato promotore e gestore assieme a un commercialista romano. Partecipi numerosi presunti complici tra cui collaboratori e familiari, tutti finiti nel mirino dell’indagine della guardia di finanza sfociata ieri nel maxi sequestro da 93 milioni di euro tra Viterbo e Roma.
Viterbo – La guardia di finanza
Il professionista viterbese, secondo gli investigatori, sarebbe appartenuto al primo dei tre livelli, ovvero capo dell’associazione, assieme al commercialista romano, il cui nome l’anno scorso è finito una inchiesta sui presunti legami tra gli spacciatori di Tor Bella Monaca e i narcotrafficanti sudamericani.
L’indagine, partita dalla Tuscia, ha portato alla scoperta di due organizzazioni criminali attive tra gli altri nei settori della ristorazione e della logistica. Frode fiscale e riciclaggio con società “fantasma” tra le ipotesi di reato. Coinvolti 123 indagati. Tra i molteplici i delitti contestati, spicca l’omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali ai lavoratori.
Due “boss” al primo livello. I due professionisti al vertice del sodalizio sarebbero stati i principali beneficiari degli enormi profitti illeciti, gestendo a volte direttamente, a volte attraverso uomini di fiducia da loro istruiti, le società “contenitore”. Il viterbese si sarebbe occupato principalmente della parte commerciale, il romano della parte contabile, gestendo direttamente anche le operazioni di compensazione dei crediti inesistenti e di trasferimento all’estero dei profitti del sodalizio.
Un sindacalista al secondo livello. Al secondo livello i “partecipi”, a partire dai dipendenti degli studi, tra cui i familiari dei professionisti. Tra loro il sindacalista, che avrebbe avuto rapporti diretti con i professionisti dello studio viterbese, col ruolo principale di seguire, formalmente come rappresentante del sindacato, in realtà quale associato, il passaggio del personale dalle società “committenti” alle società “contenitore” e tra le varie società “contenitore”.
Al terzo livello i prestanome. Che, sempre secondo l’accusa, oltre ad assolvere alla loro funzione di “teste di legno”, si sarebbero limitati a seguire pedissequamente le direttive dei vertici, essendo del tutto estranei alla gestione delle società di cui erano i legali rappresentanti.
Il sistema. Era costituito da numerose società “contenitore” prive di autonomia economica, in quanto gestite direttamente dal sodalizio, con dei prestanome quali legali rappresentanti. Operanti nell’ambito della fornitura di manodopera, avrebbero offerto alle società “committenti” un “pacchetto”, consistente nel fatto che la società “contenitore” avrebbe assunto direttamente i lavoratori, curandosi degli oneri (ritenute, contributi assicurativi e previdenziali) e fornendoli poi alla committente.
La percentuale. La società “contenitore”, a fronte della fornitura di manodopera, avrebbe emesso una fattura alla committente, il cui importo sarebbe stato corrispondente alla retribuzione netta dei lavoratori, più una percentuale variabile dal 30 %al 50 %, direttamente intascata dal sodalizio che, attraverso la compensazione di crediti inesistenti sarebbe riuscita a pagare percentuali irrisorie (intorno al 10/15%) di quanto dovuto.
Soldi in Cina. Buona parte dei debiti tributari, previdenziali e assistenziali relativi alla manodopera sarebbero stati compensati con crediti fiscali inesistenti. Parte dei profitti illeciti dell’associazione darebbero poi statioggetto di autoriciclaggio, nel senso che i profitti ottenuti sarebbero stati trasferiti dal sodalizio, a mezzo di bonifici bancari, all’estero, principalmente in Cina.
Silvana Cortignani
– Frode e riciclaggio con società “fantasma”, maxi sequestro da 93 milioni di euro tra Viterbo e Roma
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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