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Viterbo – (sil.co.) – È stato condannato a 2 anni e 10 mesi di reclusione e 500 euro di multa l’ex avvocato viterbese di 82 anni, radiato dall’albo nel 2011, accusato di circonvenzione di incapace.
L’accusa aveva chiesto 2 anni e 6 mesi di reclusione e 400 euro di multa, ma il giudice Jacopo Rocchi gli ha inflitto una pena più pesante. L’imputato è stato inoltre condannato a una provvisionale di 3500 euro alla vittima, che si è costituita parte civile con l’avvocato Simone Bernini.
“Sebbene non si dovrebbe mai gioire della condanna di un uomo – commenta l’avvocato Bernini che assiste la vittima – questa sentenza è un’affermazione di giustizia sociale. E’ la prova della presenza e della reazione delle istituzioni, in primo luogo dei carabinieri di Soriano, contro chi si è reso colpevole di un reato vile come la circonvenzione di incapace”.
All’udienza dello scorso 8 aprile, l’imputato ha dato in escandescenza in aula, all’ingresso del settantenne, per essere sentito in audizione protetta come testimone, urlandogli contro “truffatore, ladro” davanti al giudice. Nelle ultime due udienze, compresa quella di mercoledì, è stato fatto uscire dall’aula accompagnato dai carabinieri, perché continuava a interrompere l’udienza. Nel corso del processo, ha ricusato Rocchi almeno un paio di volte, sempre archiviate.
Era il 2012 quando la parte offesa, un uomo oggi settantenne di Soriano nel Cimino, ottenne dal tribunale di Viterbo una sentenza che gli riconosceva la somma di 471mila euro, a carico di una struttura sanitaria del capoluogo a titolo di risarcimento danni per la morte della madre.
L’ex avvocato, il 30 dicembre 2014, quando era stato già radiato da tre anni, avrebbe indotto la parte offesa a firmare una cessione del credito secondo la quale gli sarebbe spettato il 50% dell’intero risarcimento oltre a tutte le spese di giudizio liquidate.
Alla vittima venne corrisposto nel 2017 un importo pari al 30% di quanto riconosciuto in sentenza, in ragione del concordato preventivo sottoscritto dalla proprietà della casa di cura in quegli anni. A quel punto, l’ex avvocato ha agito nei confronti del settantenne, pretendendo la somma complessiva di 357mila euro.
In pratica, non solo chiedeva la percentuale abnorme del 50% in ragione di un atto fatto sottoscrivere quando non era più avvocato da tre anni ma pretendeva il 50%, oltre interessi spese e accessori, non della somma effettivamente percepita (circa 170mila euro) ma della somma liquidata in sentenza (471mila euro). Praticamente la parte civile avrebbe dovuto dargli il doppio di quanto aveva percepito.
Vessato da questa situazione, il settantenne nel 2020 ha sporto denuncia presso i carabinieri di Soriano nel Cimino, guidati dal comandante Paolo Lonero, che hanno svolto le prime indagini in seguito alle quali la procura ha aperto il fascicolo dell’attuale processo ed ha richiesto per l’uomo la nomina di un amministratore di sostegno.
Tra i testimoni del processo, lo psicoterapeuta Giuseppe del Signore, il quale ha specificato che “la parte offesa è affetta da un disturbo di personalità di tipo dipendente. Quindi, il disturbo di personalità dipendente è qualcosa che riguarda la struttura di personalità del soggetto; quindi, è qualcosa che lui si porta dietro dall’adolescenza e rimane stabile nel tempo. Tende ad essere sottomesso; si sente inferiore; dipendente; sottomesso; passivo; si associa ad una marcata insicurezza e una difficoltà a prendere decisioni in maniera autonoma”.
“Privo di iniziativa e competenza – ha spiegato in aula davanti al giudice e al pm Massimiliano Siddi – è presente una mancanza di assertività; sono presenti sentimenti di inettitudine; inadeguatezza. Sempre, sottomissioni; dipendenze esagerate e persistenti; ricerca l’approvazione sociale; c’è una tendenza all’auto annullamento; diventa eccessivamente conciliante nelle relazioni, fino ad essere appunto sottomesso, e, diciamo… diciamo, io qui ho scritto anche, l’essere, diciamo, vittima di possibili intimidazioni e abusi”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.



