Viterbo – (sil.co.) – Radiato dall’albo, avrebbe continuato a spacciarsi per avvocato. Il pubblico ministero Eliana Dolce ne ha chiesto il rinvio a giudizio per circonvenzione aggravata di incapace. Ma da due anni risulta irreperibile. Disposte dal gup nuove ricerche nel capoluogo, dove si troverebbe secondo i difensori della parte offesa.
Sono passati nel frattempo sei anni da quando, all’inizio di maggio del 2017, l’ex avvocato avrebbe cercato di sottrarre alla vittima, un sessantenne afflitto da problemi psichici, decine di migliaia di euro, pretesi per l’attività legale esercitata contro una casa di cura viterbese relativa alla denuncia penale di omicidio colposo in danno della madre della parte offesa.
Imputato davanti al gup Rita Cialoni un ex legale, ottantenne, difeso dall’avvocato Mirko Bandiera, dichiarato irreperibile con decreto del 21 luglio 2021.
All’udienza di martedì 9 maggio, su richiesta dell’avvocato Federica Porroni, difensore di parte civile della vittima, il giudice Cialoni ha disposto ulteriori ricerche, concentrate nel capoluogo, sospendendo il processo e rinviando a ottobre l’udienza.
In base alla riforma Cartabia, deve esserci infatti prova che l’indagato sia informato del procedimento a suo carico perché il processo possa andare avanti anche in sua assenza.
“Incredibilmente, nonostante l’imputato sia persona nota a tutti, stia a Viterbo e sia spesso presente anche nei corridoi del palazzo di giustizia risulta essere irreperibile”, spiega la legale di parte civile della vittima, che ha sollecitato ulteriori ricerche e non sa più come spiegare al suo assistito perché il procedimento non vada avanti.
L’imputato deve rispondere del reato di circonvenzione aggravata di incapace perché, “al fine di procurare a se stesso un ingiusto profitto, abusava dello stato di infermità-deficienza psichica della parte offesa e abusando della sua influenza riferendo falsamente di essere avvocato pur essendo stato già radiato dall’albo, lo induceva a compiere atti comportanti effetti giuridici dannosi per lui e per gli altri”.
La vittima, secondo l’accusa, avrebbe in pratica sottoscritto un atto privato “in cui cedeva il credito pro solvendo relativo al 50% di quanto liquidato in sentenza del 3.01.2012 pari ad euro 471.150 oltre gli interessi legali dal 1.01.2003 e l’intero importo delle spese legali liquidate pari ad euro 10.500 oltre il rimborso forfettario”, credito relativo a tutta l’attività esercitata dall’avvocato contro una casa di cura viterbese relativa alla denuncia penale di omicidio colposo in danno della madre della parte offesa.
Il tutto, come si legge nell’imputazione,”nonostante alla data della sentenza fosse già stato radiato dall’albo degli avvocati e nonostante la stessa parte offesa fosse stata riconosciuta a titolo di risarcimento dei danni solo l’importo di euro 190.918,16 in data 30.06.2017, con l’aggravante di aver provocato un danno di rilevante entità e aver commesso il fatto abusando delle relazioni personali intercorse con la parte offesa”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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