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Viterbo – (sil.co.) – È stato assolto con formula piena in appello dopo quindici anni. Imputato di omicidio colposo il noto imprenditore Gianfranco Chiavarino, condannato nel 2017 a otto mesi di reclusione in primo grado, in seguito alla morte di un operaio vittima nel 2010 di un tragico infortunio sul lavoro.
Chiavarino, difeso dagli storici avvocati Piergiorgio Manca e Bruno Mecali, è comparso il 5 dicembre di fronte ai giudici della corte d’appello di Roma. A suo tempo i familiari avevano ottenuto il sequestro conservativo di tutti i beni immobili dell’azienda con sede a Celleno.
Vittima del drammatico incidente il 58enne Mario Corinti, titolare di una piccola impresa edile che stava lavorando a un cantiere stradale al Salamaro. Era il 14 ottobre del 2010 quando Corinti, sposato e padre di tre figli, due dei quali lavoravano con lui, venne travolto dal braccio della pompa del calcestruzzo che si era improvvisamente staccata da una betoniera di proprietà di Chiavarino.
Colpito alla testa e al torace, il poveretto, che stava eseguendo i lavori preparatori per l’asfaltatura di una strada privata, strada San Nicolao, morì all’allora ospedale di Belcolle dopo diverse ore di agonia. La procura aprì un’inchiesta e per Chiavarino, assistito dagli avvocati Bruno Mecali e Piergiorgio Manca, iniziarono i guai, culminati col rinvio a giudizio. Nel frattempo, già durante il processo di primo grado celebrato davanti al giudice Silvia Mattei, i familiari, risarciti dall’assicurazione, hanno ritirato la costituzione di parte civile.
“L’operaio – hanno sostenuto fin dall’inizio gli avvocati Manca e Mecali – non è morto sul colpo, e durante il processo non è stato dimostrato il nesso con le lesioni riportate dopo il crollo del macchinario. Un crollo imprevedibile, che non può essere addebitato all’imputato. Non solo perché la manutenzione veniva fatta regolarmente, ma perché provvedevano altre figure”.
“Il crollo del macchinario era imprevedibile – hanno ribadito in appello i difensori, forti della propria consulenza di parte, nel corso di una discussione fiume durata due ore e mezza – la rottura è partita da una microfrattura che la normale manutenzione, fatta ogni sei mesi, non poteva mettere in evidenza. Servivano dei controlli radiografici che Chiavarino non era obbligato a fare”.
La corte d’appello ha dato ragione alla difesa, nonostante la richiesta di conferma del procuratore generale, ribaltando la sentenza di condanna di primo grado e assolvendo Gianfranco Chiavarino con la formula più ampia, perché il fatto non sussiste.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
