Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Nella due giorni di Avs a Roma, nessun tema o problematica sono stati tralasciati ma il contributo al dibattito sui beni comuni ha costituito il nodo centrale della delegazione della provincia di Viterbo, la cui valorizzazione e difesa sono una emergenza del nostro territorio.
Come si pone Avs sui beni comuni? In modo chiaro: non sono merci, non sono strumenti finanziari, non sono oggetti da valorizzare solo in termini economici, sono un bene inalienabile, perché custodiscono diritti, relazioni, memoria, identità e futuro.
Vanno difesi dalle privatizzazioni, dalla speculazione, dall’abbandono, ma anche dall’idea che possano essere gestiti senza il coinvolgimento delle comunità che li vivono. Difendere un bene comune significa riconoscere che non appartiene a un’amministrazione di turno, ma a una collettività intera, anche a quella che verrà.
La valorizzazione non è una concessione dall’alto. Patrimonio e partecipazione devono camminare insieme. Un bene pubblico non è tale solo perché è intestato al Comune o allo Stato: è tale se la comunità lo sente proprio, lo cura, lo attraversa, lo trasforma.
Non è l’ente pubblico che “concede” qualcosa ai cittadini; è l’istituzione che restituisce e tutela per la collettività ciò che è già suo. Questo cambia radicalmente il punto di vista: la partecipazione non è un favore, è un diritto.
E proprio per questo, ogni questione che riguarda i beni comuni deve vedere un processo partecipativo e non una “risposta militare”.
Noi, come Avs, lo diciamo con chiarezza: la partecipazione collettiva è prima di tutto una responsabilità nostra. Dobbiamo garantire la possibilità per le città, le associazioni, i quartieri la partecipazione, iniziando a costruire strumenti stabili, dandoci un metodo che sia messo da parte o adoperato solo quando fa comodo.
L’articolo 9 della Costituzione ci richiama alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione. Ma cosa significa, oggi, tutelare? Significa coinvolgere la collettività nel dare valore a ciò che è comune.
Sappiamo che la democrazia partecipata è faticosa. Richiede tempo, confronto, conflitto, mediazione. Ma l’alternativa è peggio: è la distanza tra istituzioni e cittadini, è l’astensione, è la sfiducia, è la riduzione della politica a mera amministrazione tecnica.
Per il nostro territorio, poi, la partecipazione deve diventare un nostro modo di lavoro quotidiano delle amministrazioni pubbliche, non un evento straordinario, viste le numerose aggressioni che la Tuscia sta subendo e la privatizzazione progressiva di quasi tutti i beni comuni.
Federazione di Sinistra Italiana-Avs della provincia di Viterbo
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