Viterbo – “Ho passato anni di depressione viterbese. Ho vissuto separato psicologicamente dalla mia città. Sono tornato”. È il messaggio, breve e sibillino, con cui Filippo Rossi torna a parlare pubblicamente della città e alla città.
Rossi, 60 anni, nato a Trieste, già candidato sindaco di Viterbo, è stato consigliere comunale e presidente del consiglio con il sindaco Leonardo Michelini, oltre che creatore e affondatore di Caffeina. Accompagna questo intervento con un secondo post molto più ampio, presentato come “La prefazione possibile a un mio possibile libro su Viterbo. Pensieri nati da anni di silenzio”.
Il testo si apre con una definizione: “Una città non è un insieme di strade e palazzi: è un destino possibile, una forma di vita collettiva sospesa tra passato e futuro. Ogni città contiene un’idea di ciò che potrebbe diventare, una promessa che attende di essere pronunciata”.
Poi il riferimento diretto a Viterbo: “Viterbo vive da troppo tempo in questa sospensione. È una città bellissima, rara, integra come poche altre in Italia, eppure silenziosa, trattenuta, come se temesse di disturbare il proprio stesso potenziale”. E ancora: “Le sue vie medievali custodiscono una memoria antica che sembra aspettare ancora qualcuno disposto ad ascoltarla davvero”.
Rossi insiste sul contrasto tra bellezza e immobilità: “Ogni passo porta dentro un quadro, ogni angolo è un fotogramma che altrove sarebbe celebrato come simbolo civile. I portali scolpiti, le pietre scurite dal tempo, i cortili segreti, la luce obliqua che disegna archi e chiaroscuri: tutto suggerisce grandezza, tutto promette futuro. Eppure la città resta in bilico, immobile”.
Il nodo centrale è l’inerzia: “Viterbo è rimasta ferma più per abitudine che per impossibilità. È come una stanza magnifica in cui nessuno osa spostare nulla, per timore di rovinare una perfezione solo apparente”. E precisa: “La perfezione non è immobilità: è un processo, un movimento, la maturazione di una comunità che sa costruire a partire da sé stessa”.
Sul tema dell’attesa scrive: “Ha vissuto una lunga stagione di attesa. Un’attesa densa, quasi teatrale, che ricorda certe pagine di Beckett: una città che guarda il cielo come in attesa di un segnale esterno”. Fino alla conseguenza: “Così il presente diventa eterno, e l’eterno presente consuma persino il passato”.
La critica alla politica è esplicita: “La riduzione della politica a manutenzione. È la forma contemporanea del populismo pauperistico, una politica che vive inseguendo le micro–richieste quotidiane”. E chiarisce: “L’erba da tagliare, la buca da chiudere, il lampione spento, la strada da riasfaltare. Tutto giusto, tutto necessario. Ma confondere la base con il vertice significa condannarsi alla piccolezza”. Quindi la sintesi: “La manutenzione è il pavimento, non la casa”.
Rossi insiste sulla necessità di una visione: “La politica serve a questo: vedere ciò che la comunità ancora non vede, formulare domande nuove, costruire risposte per problemi che non hanno ancora un nome”. E aggiunge: “Nessuno può chiedere un campus universitario se non riesce a immaginarlo. Nessuno può chiedere il riuso dell’ex ospedale se non ne percepisce più il potenziale”.
Il tema delle città medie emerge con forza: “La misura, la prossimità, la sicurezza, la lentezza: ciò che un tempo sembrava un limite oggi è risorsa”. E indica una prospettiva: “In questa trasformazione, Viterbo potrebbe essere un laboratorio ideale”.
Sul rapporto con Roma: “La vicinanza a Roma — per anni percepita come destino minore — può diventare la sua occasione più grande. Roma ha bisogno di una città così”.
C’è anche una riflessione culturale: “Ci si compiace della propria storia come se bastasse a garantire un avvenire; ci si abbraccia ai monumenti come se conservarli potesse sostituire la responsabilità di immaginare ciò che verrà”. E l’avvertimento: “La storia può essere fondamento o prigione”.
Il testo si chiude con un passaggio politico: “Una città non cambia perché possiede potenzialità: cambia quando qualcuno decide di usarle. Cambia quando smette di aspettare”. E ancora: “Ogni progetto politico comincia con un’inquietudine piccola, personale”.
Infine la conclusione: “Viterbo non è una città perduta. È una città non ancora decisa. Ha tutto, tranne la volontà di usarlo”. E l’ultima frase: “La sospensione può finire. La città può iniziare. E iniziare non significa sperare: significa costruire. Insieme”.
I due post, pubblicati oggi, arrivano dopo una recente presenza di Rossi in eventi di Fratelli d’Italia e riaprono il dibattito su un possibile ritorno in politica, magari come candidato sindaco. E addirittura candidato del centrodestra. Al momento, però, non ci sono annunci ufficiali di candidatura.
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