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Viterbo - Enrico Mezzetti, presidente dell’Anpi provinciale, al corteo per l’81esima festa della Liberazione - FOTO E VIDEO

“Il 25 aprile è capace, oggi più che mai, di parlare a tutte le generazioni e di rinnovarsi sui valori della resistenza”

di Nicole Tarantello
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Viterbo – “Il 25 aprile è capace oggi più che mai, di parlare a tutte le generazioni”. Enrico Mezzetti, presidente dell’Anpi provinciale, al corteo per la 81esima festa della Liberazione, questa mattina in piazza dei Caduti a Viterbo.

Viterbo - 25 aprile - Enrico Mezzetti

Viterbo – 25 aprile – Enrico Mezzetti


“80 volte antifascista”, recitava lo striscione che ha percorso le vie del centro sulle note di “Bella ciao”, intonata a gran voce dai presenti. All’evento il prefetto Sergio Pomponio, i consiglieri regionali Daniele Sabatini ed Enrico Panunzi, l’assessore Emanuele Aronne, il sindaco di Canepina Maurizio Paolozzi e la nuova segretaria del Pd Manuela Benedetti, insieme ad Alessandra Troncarelli.

Il corteo antifascista organizzato dall’Anpi è partito da piazza San Sisto, ha attraversato via Garibaldi per poi fermarsi davanti al liceo classico di via Tommaso Carletti, per rendere omaggio al partigiano Mariano Buratti a cui è dedicata la scuola. A leggere la mozione in ricordo del partigiano, lo studente dell’Unitus Mattia Cannarella.

Viterbo - Celebrazioni del 25 aprile

Viterbo – Celebrazioni del 25 aprile


All’iniziativa hanno aderito Arci, Cgil, i braccianti con Uila, Arcigay, Rete degli studenti, Istoreco, Art 3 e molti altri. Il culmine della celebrazione è avvenuto in piazza dei Caduti, davanti all’ex chiesa degli Almadiani, dove Enrico Mezzetti ha affermato: “Il 25 aprile è capace oggi più che mai, di parlare a tutte le generazioni, di rinnovarsi ed essere attuale sulla base di valori che hanno le loro radici in una delle pagine più gloriose della storia: la resistenza”.


“L’ammirabile unità di intenti ha portato all’approvazione della repubblica democratica. Fondata sul lavoro e che repudia la guerra – ha proseguito Mezzetti – . La costituzione è come una bussola, formidabile trama di un programma che indica una direzione di marcia attraverso una mobilitazione collettiva”.

Viterbo - Celebrazioni del 25 aprile

Viterbo – Celebrazioni del 25 aprile


Il presidente dell’Anpi ha poi salutato i braccianti presenti, per ricordare che sono loro oggi, così come tutti gli altri lavoratori, ad alimentare la nostra società: “Portano il cibo sulle nostre tavole, e li ringrazio per essere parte integrante del nostro paese”.

La sindaca Chiara Frontini ha ricordato invece le donne, che hanno “compiuto il miracolo più silenzioso, e coloro che non hanno potuto vedere l’alba della liberazione”.

Viterbo - Celebrazioni del 25 aprile

Viterbo – Celebrazioni del 25 aprile


Il presidente della provincia Alessandro Romoli ha aggiunto: “Oggi il nostro pensiero va a quelli che hanno lottato. Il 25 aprile è la giornata in cui la nostra coscienza civile viene chiamata a misurarsi con parole che ora rischiano di apparire scontate. Parole quali: libertà e democrazia”.

Romoli ha proseguito poi il suo intervento con una riflessione sul contesto storico contemporaneo: “Tutto ciò che credevamo ormai superato, oggi torna. Tornano le minacce a popoli, confini e vite umane”.

Con uno sguardo al passato, alla resistenza, sulla pluralità delle persone che ne facevano parte, uniti dall’idea che un futuro diverso fosse possibile, il presidente della provincia ha concluso: “Questa è la lezione più attuale che ci consegna la giornata della Liberazione”.

Nicole Tarantello

Articoli: Alessandro Romoli: “Un’occasione per riflettere sui principi fondanti della repubblica: la libertà, la pace, la giustizia e il rispetto delle istituzioni” – Enrico Panunzi: “In uno scenario internazionale segnato da guerre, il 25 aprile torna ad avere un valore attuale” – Marco Piendibene: “Oggi 25 aprile celebriamo il ritorno della libertà in un Paese che ne era stato privato per vent’anni” – Francesco Rocca: “Per il 25 aprile servono memoria condivisa e impegno a riaffermare i valori comuni” – Gruppo Pd: “Celebrare il 25 aprile significa difendere ogni giorno le istituzioni democratiche…” – Manuela Benedetti (Pd): “La nostra repubblica è antifascista e non nazionalista” – Luca Giampieri: “La libertà non è mai scontata, serve pacificazione”


Il discorso della sindaca Chiara Frontini per il 25 aprile

Siamo qui oggi perché 81 anni fa l’Italia ha ritrovato il battito del proprio cuore libero, trasformando il silenzio dell’oppressione nel rumore vibrante della partecipazione. Celebriamo la radice profonda della nostra convivenza: quel momento in cui la nostra comunità nazionale ha smesso di essere spettatrice del proprio destino per diventarne l’unica, vera protagonista.

Ieri abbiamo ricordato con solennità l’insediamento del primo consiglio comunale democraticamente eletto, un evento che otto decenni fa ha segnato il ritorno della sovranità popolare nelle nostre aule e nelle nostre piazze. Fu l’istante in cui l’Italia tornava finalmente a parlarsi e a decidere di se stessa dopo il buio e il terrore della guerra. Ricordando quell’evento fondativo, il nostro sguardo si è volto con profonda gratitudine a chi, per la prima volta, esercitava pienamente il diritto di cittadinanza: le donne. Mentre il mondo intorno era cenere e macerie, furono loro a compiere il miracolo più silenzioso: quello di ricostruire l’umano. Da quell’opera di custodia civile è sbocciata la nostra libertà; una conquista che non fu solo un atto di sopravvivenza, ma il primo grande gesto politico e civile della nostra era moderna.

In questo cammino di rinascita, il nostro pensiero più commosso e solenne va a chi non ha potuto vedere l’alba della Liberazione: a chi è morto per la Patria. Onoriamo oggi il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne che hanno offerto la vita affinché noi potessimo ereditare un Paese libero e dignitoso. Il loro non è stato un sacrificio vano, ma il seme stesso della nostra democrazia. Essere qui oggi significa assumersi il dovere morale di essere custodi della loro memoria e testimoni attivi dei valori per cui hanno combattuto. Eppure, i fatti internazionali che osserviamo in questi mesi, in questi giorni, in queste ore ci spingono a chiederci: è sufficiente limitarci alla memoria? Cosa abbiamo appreso, come umanità, da quella lezione? Inizialmente sembrava molto: la costruzione di solide istituzionali internazionali che rappresentassero camere di compensazione per i conflitti, il primato della diplomazia, la sfumatura dei confini, in particolare all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Ma progressivamente, questo percorso si è impantanato nei personalismi e nell’individualismo, nella primazia della rabbia sulla ragione, del livore sulla costruzione, nell’incapacità di

comprendere che a volte fare un passo indietro significa farne due avanti e che l’attesa e la paziente costruzione di un risultato ne rende più solide le fondamenta. Oggi lo spettro della guerra è di nuovo entrato prepotentemente nelle nostre vite e ci è entrato in maniera più subdola di quanto non lo abbia fatto il secolo scorso. Perchè è quest’era di contrazione dell’empatia, anche uccidere con un drone non è come andare con le baionette al fronte, e guardare negli occhi morire le persone. Su questo dobbiamo riflettere questo 25 Aprile, su una Costituzione che non solo ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, ma come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; ci si sofferma spesso sulla prima parte, strumento di offesa, e mi pare ovvio, ma l’art. 11 va oltre. “Come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” e oltre ancora “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

Dobbiamo chiederci, in questo 25 Aprile, con onestà intellettuale, cosa significhi davvero difendere la libertà. Essa non è un semplice spazio vuoto in cui muoversi senza regole, né il diritto di ignorare il destino comune. La libertà è, nel suo senso più alto, l’esercizio del dovere. Come intuito dai grandi pensatori della nostra civiltà, essa vive solo nella misura in cui siamo capaci di scegliere il bene comune rispetto all’interesse particolare, e questo vale su scala globale. La storia non è un museo di cera da contemplare, ma un passaggio di testimone tra generazioni che si riconoscono negli stessi valori fondanti, magari attualizzati, ma non negoziabili nelle loro fondamenta. Ogni diritto che oggi esercitiamo con naturalezza il voto, la parola, la partecipazione, è un dono che è costato il silenzio di chi non c’è più. Questo ci insegna che la democrazia non è un sistema perfetto che funziona da solo, ma un equilibrio morale che richiede la manutenzione quotidiana del nostro carattere e della nostra integrità. Questo significa comprendere che le istituzioni, le leggi, il nostro stesso Comune, non sono altro che macchine inanimate se non vengono alimentate dal calore del nostro sentimento civico. Senza cittadini attivi, disposti a servire la comunità con rettitudine, le norme diventano gusci vuoti e la democrazia rischia di scivolare nell’indifferenza. La vera difesa della nostra libertà avviene nelle scelte di ogni giorno, nella capacità di

restare fedeli a un’etica della responsabilità che mette il “noi” davanti all’ “io”. La manutenzione del nostro carattere civile è l’unica garanzia affinché quel patrimonio di diritti non sbiadisca, ma continui a essere sostanza viva nella nostra pelle e nelle nostre azioni.

Qui risuonano le parole necessarie di Giorgio Gaber, quando ci ammoniva che “la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”. Gaber ci svela una verità scomoda ma vitale: la libertà non è una condizione statica, non è un giardino recintato dove esercitare il proprio arbitrio in solitudine. È, al contrario, un moto perpetuo, un’energia che si sprigiona solo quando usciamo dal nostro isolamento per “sporcarci le mani” con la realtà degli altri. Gaber ci insegna che non siamo liberi perché nessuno ci ostacola, ma siamo liberi quando decidiamo di esserci, di contare, di abitare i luoghi delle decisioni e del confronto. La libertà senza partecipazione è solo un guscio vuoto, una “libertà di plastica” che ci illude di essere padroni di noi stessi mentre diventiamo indifferenti a ciò che ci circonda. Essere liberi significa passare dall’essere individui che occupano uno spazio all’essere cittadini che costruiscono un destino condiviso.

E quindi questa celebrazione sia l’occasione per parlare con forza a chi ha in mano il compito di continuare quella costruzione: i giovani. Troppo spesso, con una superficialità che ferisce, sentiamo descrivere le nuove generazioni come smidollate, distratte o inadatte alle sfide del presente. Si dice che manchi loro la tempra di un tempo, che anni facili come quelli di cui sono figli i nostri padri generino persone deboli. Niente di più falso. È un pregiudizio pigro, figlio di chi ha smesso di sapervi ascoltare.

La verità è che non siete affatto inadatti; siete, al contrario, gli unici davvero pronti a leggere un mondo che cambia a una velocità che spesso spaventa chi è venuto prima di voi. Ottantuno anni fa, l’Italia fu ricostruita da ragazzi e ragazze che avevano la vostra età, persone che non avevano Google maps ma possedevano una bussola interiore fatta di speranza. Oggi, io vedo in voi quella stessa tenacia. Vedo giovani che non accettano compromessi sulla

dignità umana, che si battono per la giustizia e che sanno guardare oltre i confini.
La vostra capacità di indignarvi di fronte all’ingiustizia e la vostra naturale propensione allo stare insieme sono esattamente le qualità di cui l’Italia ha disperatamente bisogno. La libertà si misura sì dai confini che potete superare, ma anche dalle responsabilità che decidete di assumervi. Essere liberi significa avere la forza di dire “no” all’indifferenza e “sì” all’impegno verso la propria comunità.

E allora che questo 25 Aprile, per lo scenario mondiale che si sta componendo e per la salute stessa della nostra partecipazione sia un’occasione non di celebrare un rito stanco, ma per rinnovare insieme il coraggio di guardare avanti. A noi, che abitiamo questo tempo, spetta il compito di camminare con passo fermo, riscoprendo ogni giorno la strada attraverso l’impegno e la partecipazione. Facciamo in modo che la nostra passione sia il motore di un’Italia che non teme il futuro, perché quel futuro lo stiamo costruendo noi, insieme, con la coerenza delle nostre scelte.

Per il coraggio di chi fu, per la responsabilità di chi è, per la promessa dell’Italia che siamo. Buon 25 Aprile a tutti.


Discorso del presidente del Comitato Provinciale Anpi di Viterbo Enrico Mezzetti in occasione delle celebrazioni del 25 aprile

“25 aprile1945: questa ricorrenza, questa celebrazione ha la bella età  di 81 anni, eppure è così giovane, così piena di vita, come dimostrano in questo giorno le centinaia e centinaia di piazze festanti in tutta Italia e  anche in questa piazza.

Non si tratta delle solite frasi di circostanza che si rivolgono per complimento.

Il fatto è  che il 25 aprile è capace ancora oggi, anzi oggi più che mai, di parlare a tutte le generazioni, di rinnovarsi e di essere attuale sulla base di principi e di valori che hanno le loro radici in una delle pagine più gloriose della Storia del nostro paese ovvero nella Lotta di  Resistenza  e che hanno portato, in una mirabile  unità di intenti e di popolo, alla approvazione della nostra Carta costituzionale, che fonda la Repubblica democratica sul lavoro e sul ripudio della guerra.

La  nostra Carta, oggi attuale e necessaria più che mai, ci indica l’orientamento nel percorso lungo i sentieri accidentati, e a volte persino feroci  della storia.

La Costituzione come una bussola, la formidabile trama di un programma che indica una direzione di marcia, attraverso una mobilitazione collettiva.

Afferma il costituzionalista Gaetano Azzariti che la nostra non solo la Costituzione più del mondo, ma la più   inattuata e che quindi è  necessario passare dalla sua difesa alla sua  piena attuazione.

L’inviolabilità  dei diritti umani; la laicità  dello Stato; l’eguaglianza, senza differenze di  razza, di sesso e di condizione sociale (l’art.3 denuncia ”gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano ”di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini” e che di conseguenza ”impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”;

l’art.3 affida alla Repubblica il  ” compito”  di ‘rimuovere’ tali ostacoli; e ancora, la nostra Costituzione parla di una nazione per via di cultura e non di natura e non di vincolo di sangue, parla del diritto di asilo per gli stranieri, di ripudio della guerra, di apertura al Diritto internazionale come mezzo per costruire giustizia e pace ovunque nel mondo.

È in ognuno di questi principi che la Costituzione è intimamente antifascista perché è stata scritta per ribaltare e contrastare  le idee e i miti che per vent’anni della dittatura fascista  avevano sfigurato orribilmente  l’Italia e la dignità del suo popolo. 

Ribadiamo perciò che non può esistere alcuna pacificazione possibile che passi per l’equiparazione tra partigiani e repubblichini,  con buona pace dell’attuale Presidente del Senato.

Nel 2018 le associazioni e le società scientifiche italiane di antropologia avevano già condannato il riemergere esplicito e progressivo del razzismo nella politica italiana. 

“…nonostante sia universalmente dimostrato che la nozione di razza non abbia alcuna fondatezza scientifica..”, a livello pubblico e politico sembra si faccia fatica ad accettare l’uguaglianza dei gruppi umani, con un richiamo – oggi al di là di ogni limite – a presunte “ereditarietà” di caratteri culturali, etnici e identitari.

Si manifesta, infatti, con sempre maggiore frequenza la tendenza a considerare cultura, etnia e identità come categorie dotate di un’essenza immutabile, rigida e statica, e a gerarchizzare tali differenze. Questa non è una bonaria e grossolana forma di ignoranza, ma un “nuovo” razzismo che fomenta fondamentalismi, esclusioni, discriminazioni e violenza. 

Ribadiamo con urgenza e fermezza che per l’antropologia scientifica, etnia corrisponde solo a un costrutto astratto di origine coloniale che, di volta in volta, e a seconda dei contesti storici, viene utilizzato per definire  e marcare differenze tra un “noi” e un “loro” e a stabilire correlativamente gerarchie sociali, economiche, di accesso ai diritti.

Ogni affermazione di un’identità etnica presuppone la manipolazione del passato, cioè un processo di invenzione o identificazione arbitraria di un confine simbolico – spesso concepito e presentato come invalicabile – fra i gruppi socio-culturali.

Le energie vive si alimentano di pensiero critico, contro l’eclissi della politica e contro il deserto ideologico alimentato da razzismo, odio per le diversità, la pretesa della superiorità’ della propria cultura, un disperato egoismo sociale: “idee senza parole” – le chiama il prof. Tomaso Montanari- nel vuoto di idee passate al vaglio della critica collettiva.

Allora se la nostra Costituzione detta questi principi, appaiono chiare a tutti (nel contesto storico in cui viviamo) le ragioni per cui essa è tanto amata e nel contempo le ragioni per cui è continuamente oggetto, non solo a livello nazionale, di attacchi e di tentativi di stravolgimento.

E appare altrettanto chiaro perché  tutto questo oggi è rimesso in discussione da un cieco e barbaro ritorno della guerra, dei nazionalismi e dei fascismi; la pace e la giustizia sociale sono messi in forse; i tecnocrati proprietari di sconfinati imperi finanziari (come l’inquietante figura di Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo che ostenta senza vergogna  simpatie nazifasciste) ; o come il miliardario Peter Thiel che si aggira per il mondo, e anche in Italia, tenendo lezioni sulla prossima venuta dell’ anticristo, affermano che la democrazia no è  compatibile con la libertà.

Mentre ogni forma del diritto internazionale viene calpestata rivendicando i il primato assoluto della forza.

Tiranni che consumano i loro crimini sostenendo che Dio è dalla loro parte come le parole-choc di Trump “una intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita”.

A questa insorgente barbarie di ritorno,  dobbiamo rispondere con gli anticorpi alimentati dai valori che abitano e danno vita alla nostra Costituzione. 

Ci confortano e ci incoraggiano le grandi manifestazioni per la pace, la rivolta morale di decine di milioni di cittadini nel mondo, davanti al genocidio di Gaza.

E ci conforta, consentitecelo, lo stesso esito del  recente voto referendario a difesa dello Stato di diritto, sostenuto con la grande voglia di protagonismo manifestata dalle giovani generazioni.

Così come le voci autorevoli che si contrappongono a questa barbarie.

Penso alla voce di Papa Leone XIV che afferma  “…guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici, trascinando ciò che è sacro nell’oscurità e nella sporcizia…”.

E  ancora “…il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle solidali..”.

Parole del Papa venute  anche in risposta all’attacco violento subito dal presidente Trump che  verso il Pontefice si è espresso così : ” …non sono un suo grande fan..”; “..E’ un debole e pessimo nella politica estera…”.

A conclusione di questo mio intervento mi piace citare un delizioso episodio che vede protagonista il nostro presidente della Repubblica.

Un episodio, che a me sembra, costituire una risposta lucida e nello stesso tempo ironicamente profonda ai drammi del presente momento storico.  

In un incontro  recente al Quirinale con una delegazione di studenti delle scuole di giornalismo, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha raccontato un episodio risalente a diversi anni prima :  “…In questo salone uno studente mi ha chiesto come si fa a resistere alle tentazioni del potere. Io gli ho risposto che in effetti il potere può inebriare e far perdere l’equilibrio, ma ci sono due antidoti: uno è istituzionale -l’equilibrio tra i poteri dello Stato, la distribuzione delle funzioni tra i vari organi istituzionali; il secondo è  rimesso alla propria coscienza personale, individuale e consiste in una alta  capacita di autoironia. Se i cosiddetti potenti della terra ne facessero uso, anche in piccole dosi, il mondo ne avrebbe grande giovamento e loro stessi eviterebbero tante difficoltà e molto imbarazzo”.

Contro le tirannie, o anche contro le tentazioni autoritarie due antidoti: uno istituzionale ovvero la separazione dei poteri (che forze tendenzialmente autoritarie tendono a scardinare) e l’altro individuale “l’autoironia”. 

Che deliziosa parola quella uscita dalla voce di un presidente della Repubblica.

L’autoironia, cioè la capacità psicologica di ridere di se stessi, dei propri difetti e insicurezze con leggerezza, senza sminuirsi ricordandosi quindi  della propria umanità e di appartenere anch’essi alla unica famiglia umana.

Il fatto è che i tiranni, gli autocrati o gli aspiranti tali, non sono capaci di autoironia: pensate a Trump, a Netanyahu, a Putin, come ai   vari tiranni del passato quali Mussolini, Hitler.

E come non pensare agli aspiranti autocrati nostrani… Figure tragiche, devastanti che nel contempo non sono minimamente sfiorate dal senso del ridicolo che emana dal loro comportamento e dalla consapevolezza che, prima o poi, oltre che essere condannati ed esecrati dalla storia, saranno seppelliti da una risata.

Sì mi piace pensare che una risata li seppellirà. Viva l’Italia antifascista, viva la Repubblica, viva la nostra Costituzione democratica e antifascista, viva il 25 aprile”.


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25 aprile, 2026

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