Viterbo – Non occorre fare una indagine approfondita per rendersi conto del proliferare, anche nella Tuscia, delle rappresentazioni della passione del Signore. Un fenomeno analogo si era già riscontrato nel periodo natalizio con i numerosi presepi viventi allestiti in molti paesi.
Una tendenza questa che andrebbe analizzata con attenzione anche da parte della chiesa, soprattutto se messa a confronto con il calo generalizzato che si riscontra nella partecipazione dei fedeli alle messe festive.
Non è questo il luogo per approfondire il fenomeno con i metodi che l’antropologia culturale ci offre, ma possiamo almeno esprimere alcune impressioni.
Come ho scritto nel mio libro “Genius loci-Quando i luoghi avevano un’anima”, alla società odierna che ci costringe ad un appiattimento culturale e alla omologazione dei gusti, il popolo tenta di reagire con un rinnovato interesse verso tutto ciò che fa parte della sua storia, alle tradizioni locali scaturite da valori condivisi per secoli, alla valorizzazione dell’unicum che contraddistingue ogni comunità, sia per il vissuto tramandato per generazioni, sia anche per quello che ancora oggi è in grado di esprimere in maniera creativa e originale.
Al tentativo di imposizione delle mode culturali, là dove il popolo ha ancora valori condivisi in cui si riconosce, reagisce con rinnovato e forse inaspettato protagonismo. E le sacre rappresentazioni della passione offrono una occasione speciale per esercitare abilità che vanno dalla recitazione al canto, dall’allestimento scenografico al confezionamento dei costumi, senza disdegnare l’utilizzo delle moderne tecnologie, il tutto in una corale partecipazione.
Anche se questi eventi possono correre il rischio di un inquinamento turistico-folkloristico, non si può negare che affondano le radici in quei valori religiosi nei quali le varie comunità trovano ancora un punto di riferimento essenziale per la loro vita.
Don Mario Brizi
Parroco Emerito di S. Maria Nuova
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