Viterbo – Trasformare i piccoli paesi del Lazio e della Tuscia in territori attrattivi per chi lavora da remoto e per i cosiddetti nomadi digitali. È questo l’obiettivo di una proposta di legge regionale sullo smart working e il ripopolamento dei borghi. Il provvedimento punta a incentivare il trasferimento di lavoratori e imprese nei comuni sotto i 5mila abitanti attraverso agevolazioni fiscali, recupero di immobili inutilizzati, sostegno alla banda ultra larga e spazi di coworking.
Nella provincia di Viterbo i comuni potenzialmente interessati sarebbero circa 43 su 60 complessivi, quindi gran parte del territorio della Tuscia potrebbe rientrare nelle misure previste dalla proposta. Ma l’applicazione potrebbe essere più ampia: la legge si applicherà anche “ai centri storici di comuni con popolazione residente anche superiore ai 5.000 abitanti, che in base ai censimenti di legge abbiano registrato negli anni precedenti un significativo calo demografico”.Il testo, presentato dai consiglieri regionali Marco Colarossi, Giorgio Simeoni, Cosmo Mitrano e Nazzareno Neri, è attualmente all’esame della commissione Lavoro del consiglio regionale del Lazio.
Tra coloro che hanno partecipato alle audizioni in commissione e approfondito gli aspetti tecnici della proposta di legge c’è anche Massimiliano Ruzzeddu, professore associato di Sociologia all’università degli studi Niccolò Cusano. “I nomadi digitali sono persone che lavorano da remoto utilizzando la tecnologia, senza essere legate a un luogo fisso”, spiega il docente, secondo cui anche i piccoli comuni della Tuscia potrebbero intercettare questo fenomeno.
Professor Ruzzeddu, di quale aspetto legato alla proposta di legge si è occupato lei?
“Ho effettuato un’analisi delle unioni di comuni presenti nel Lazio al fine di verificare quali fossero le zone dove fosse più probabile realizzare un progetto: le unioni di comuni sono infatti quelle che offrono più servizi scolastici e sanitari di prossimità”.
Nel caso della provincia di Viterbo, quali categorie di lavoratori o imprese potrebbero realmente essere attratte dallo smart working nei borghi?
“Il progetto prevede un modello di sviluppo volutamente non vincolato alle caratteristiche economiche o produttive specifiche del territorio. L’obiettivo, infatti, non è attrarre soltanto determinate filiere locali o settori tradizionalmente presenti nelle aree limitrofe, ma costruire un ecosistema abitativo e lavorativo capace di accogliere qualunque impresa o categoria professionale compatibile con il lavoro da remoto”.
Quale contributo possono dare questi nuovi residenti ai piccoli comuni della Tuscia?
“Il progetto si rivolge a lavoratori qualificati, spesso dotati di esperienze internazionali, competenze avanzate e reti relazionali molto ampie. Si tratta di persone che possono introdurre stimoli culturali e circolazione di idee, contribuendo a rendere il borgo un ambiente più dinamico e connesso. Molti smart workers, inoltre, lavorano quotidianamente in contatto con colleghi, istituzioni o imprese collocate virtualmente in tutto il mondo. Questo permette anche a un piccolo centro di inserirsi in reti globali di comunicazione, conoscenza e innovazione, riducendo il tradizionale isolamento geografico e culturale che ha caratterizzato molti borghi”.
Cosa si intende esattamente per nomadi digitali?
“I nomadi digitali sono persone che lavorano da remoto utilizzando la tecnologia, senza essere legate a un luogo fisso: sono una categoria difficile da inquadrare, in quanto la loro attività professionale può assumere diversi inquadramenti contrattuali, come lavoro autonomo, dipendente, freelance o imprenditoriale, purché svolta prevalentemente online. Va anche sottolineato che essi non necessariamente cambiano continuamente paese o città, ma possono anche stabilirsi per lunghi periodi nello stesso luogo, senza comunque nessuna correlazione geografica con la sede del datore di lavoro”.
La provincia di Viterbo si sta davvero spopolando?
“La provincia di Viterbo non è in calo demografico così pesante come si potrebbe immaginare. Un certo calo demografico negli ultimi anni si riscontra, ma rispetto al 2001 siamo ancora in vantaggio. Se andiamo a vedere i dati, nel 2001 in provincia c’erano circa 290mila abitanti, oggi siamo sui 307-308mila. Ci sono stati però due momenti particolari di brusco calo: uno tra il 2010 e il 2011, quando si passa da circa 320mila a 313mila abitanti, e un altro tra il 2017 e il 2018, con una perdita di oltre 6mila residenti. In quest’ultimo caso potrebbe aver inciso anche un cambiamento nei metodi di rilevazione.
Dal 2018 in poi assistiamo comunque a un calo demografico lento ma costante, accompagnato da un progressivo invecchiamento della popolazione. È una dinamica che riguarda un po’ tutto il Paese. Più che di un crollo improvviso parlerei di una lenta decadenza, e proprio per questo c’è ancora tempo per intervenire.
Va considerato anche il dato relativo agli stranieri: dal 2003 la presenza è cresciuta in modo continuo. Siamo passati da circa 7mila residenti stranieri a oltre 30mila nel 2025, pur con alcune oscillazioni negli anni. Anche questo è un elemento interessante da osservare nell’evoluzione demografica del territorio”.
Nei piccoli comuni sotto i 5mila abitanti della Tuscia la situazione è diversa?
“Sotto i 5mila abitanti tutti i comuni soffrono più o meno di un calo demografico, non c’è dubbio. Negli ultimissimi anni però ci sono alcune situazioni dove questo calo sembra interrompersi, anche se spesso si tratta di aumenti minimi, non statisticamente significativi. In diversi casi i piccoli incrementi riguardano soprattutto persone sopra i 65 anni e non lavoratori in età attiva.
C’è però un caso interessante, quello di Valentano. Negli ultimi anni ha avuto un aumento di più di 60 abitanti che, per un comune di circa 5mila persone, è un dato piuttosto interessante. Nel 2020 gli abitanti erano circa 2725, oggi siamo intorno ai 2850. E la particolarità è che si tratta soprattutto di persone in età attiva, tra i 15 e i 64 anni. Valentano rappresenta un po’ una isola felice nel panorama della Tuscia”.
Quali politiche concrete servono per evitare che gli interventi previsti restino esperienze isolate e non producano un vero ripopolamento?
“Le agevolazioni previste dalla legge rappresentano soprattutto uno strumento di avvio. L’idea di fondo è quella di innescare un circolo virtuoso: la presenza crescente di aziende e di lavoratori in smart working nei piccoli borghi può generare maggiori entrate fiscali e nuova domanda di servizi. Questo, nel tempo, permette di migliorare infrastrutture, trasporti, connettività e servizi locali, rendendo i territori sempre più attrattivi. In questo modo il ripopolamento non rimane un’esperienza isolata o temporanea, ma può trasformarsi in un processo stabile e autosostenuto, capace di attirare ulteriori imprese e nuovi residenti”.
Nel suo intervento in audizione ha parlato anche dell’importanza di costruire reti tra comuni, anche attraverso unioni amministrative, per garantire servizi adeguati e rendere più attrattivi i territori, con riferimento anche alla Tuscia: può approfondire questo aspetto?
“Per ripopolare un borgo servono soprattutto servizi adeguati. Ospedali, scuole e trasporti rappresentano gli elementi fondamentali, ma anche l’offerta commerciale, culturale e ricreativa contribuisce in modo decisivo alla qualità della vita e quindi all’attrattività di un territorio. Si tratta però di servizi che hanno costi elevati e che spesso un piccolo comune, da solo, fatica a sostenere. Le reti tra comuni consentono appunto di condividere risorse, personale e investimenti, distribuendo i costi in modo congiunto”.
Simone Lupino
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY