Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – E cultura sia.
Alfonso Antoniozzi è una brava persona. Onore alla sua carriera e al suo successo internazionale. Forte personalità, carisma e talento. È stato scelto dalla signora sindaca Chiara Frontini come vicesindaco e assessore alla cultura. La stagione teatrale a Viterbo è un successo e il teatro è in attivo economicamente. Complimenti. Ma lui non è il direttore del teatro, lui è l’assessore alla cultura. Pagare persone che vengono da fuori non è programma culturale.
Il pezzo grosso. Ha scelto di razionalizzare le attività “culturali” con le convenzioni di fascia A, fino a 25mila euro per anno, l’offensiva fascia B, fino a 10mila euro per anno, e i bandi trimestrali, fino a 2mila euro per 4 mesi. Dubbi sugli intenti ma certezza di errori nel merito.
Nei bandi si chiedono anni di attività pregressa. La logica conseguenza: è accettato lo status quo preesistente. Non credo che “il tono culturale della proposta viterbese” andasse bene. Forse l’assessore non se ne è accorto ma noi viterbesi siamo grezzi e invidiosi. Qualcosa deve cambiare. Che proponeva il programma elettorale? Mi sembra di ricordare “Orgoglio culturale”.
Monetizzazione. Viterbo cultura uguale bandi, quindi soldi. Questi debbono essere pensati, scritti e giudicati con molta attenzione. Captare o provare a intercettare le effervescenze culturali, che sono sotto la superficie, dovrebbe essere lo standard di un programma culturale, non escluderle a priori. Ad esempio, a un estremo, qual è la posizione dell’assessore sull’Arciconfraternita del Gonfalone? O, all’altro estremo, l’assessore sa cosa sia il Barre Faul?
I commissari dei bandi vengono sempre, o quasi, dal mondo del teatro. L’Unesco indica: “La cultura è l’insieme degli aspetti spirituali, materiali, intellettuali ed emozionali. Non comprende solo l’arte e la letteratura, certamente non solo il teatro, ma anche i modi di vita, i diritti fondamentali degli esseri umani, i sistemi di valori, le tradizioni e le credenze”.
Non vedo attenzione ai valori che concorrono a formare la nostra cultura o all’esaltazione degli aspetti nuovi e migliori. Che teatro sia, ma sono trascurati il canto dei cantautori o del rap, i libri, i risultati scientifici dell’università, l’enogastronomia, l’esaltazione delle identità e la valorizzazione dei talenti locali, le eccellenze storiche e artistiche, le tradizioni popolari, le nuove tendenze social. Ogni comunità è una entità dinamica che necessita attenzione.
Graduatorie. Scorrendo quella della fascia A e della offensiva fascia B salta all’occhio la predilezione verso il teatro, che diventa supporto economico e quindi scelta politica.
Sono avvelenato per l’ennesima umiliazione: Tuscia in Fiore è arrivata esclusa, ultima a pari merito, nella graduatoria della offensiva fascia B. Leggendo la Pec di spiegazione dell’esclusione trovo: “Si ricorda che il bando richiede di allegare idonea documentazione che attesti la presenza di sponsor pubblici o privati, voce che, da sola, assicura fino a 25 punti”.
Questo è troppo: se faccio un evento che inneggia alla violenza e trovo due attività disposte a fare da sponsor ho più punteggio di una mostra-premio internazionale d’arte contro la violenza di genere pagata di tasca mia e per la quale non ho voluto sponsor?
Voglio sperare che sia corretto presto. Di sicuro io non faccio più i bandi del comune, neanche quello riservato agli esclusi per il quale ho fatto accesso agli atti per capire se e dove ho sbagliato.
Scelte sbagliate. Ognuno ha le proprie idee e fa le proprie scelte, ma se sono dell’assessore alla cultura, debbono richiedere massima attenzione. Non penso sia il suo forte scrivere i bandi. Mi sembra che Viterbo voglia essere città di cultura.
Dare per bando più di 400mila euro a una ditta di fuori per produrre un logo per Viterbo Capitale della cultura europea, che non ha nulla a che fare con l’identità culturale di Viterbo, non mi sembra una scelta difendibile. E poi: sembra un pentagramma rovesciato.
Glissare sulle espressioni culturali del territorio, di fatto prevenirne la crescita, precludere le azioni dei giovani o dei nuovi, addirittura umiliare gli attori, sono armi rischiose in una guerra per l’educazione delle menti e l’evoluzione culturale.
Da Antoniozzi ci aspettavamo cultura, non solo teatro. Il prossimo assessore alla cultura deve avere la mente aperta e sensibile a tutte le espressioni culturali, dei giovani, dei nuovi, di chi si dedica e di chi vuole cambiare, oltre a conservare quello che funziona.
La cultura non può essere noiosa o solo distribuzione di soldi. In altre parole, massima attenzione nello scrivere i bandi e nello scegliere i commissari. Oppure, ancora meglio, avere idee proprie e provarci.
Giulio Della Rocca
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