Fabrica di Roma – Riceviamo e pubblichiamo – Fino a che punto una pubblica amministrazione può utilizzare i canali social ufficiali come se fossero un salotto privato? È la domanda che sorge spontanea dopo l’ennesimo caso di “censura digitale” che ha colpito un cittadino di Fabrica di Roma, colpevole soltanto di aver espresso un’opinione non allineata a quella della giunta comunale.
I fatti si sono svolti sulla pagina Facebook ufficiale utilizzata dal Comune per diramare avvisi alla cittadinanza. A seguito di un confronto – dai toni assolutamente civili ed educati – con il sindaco, una cittadina si è vista improvvisamente “bannare” e bloccare dal profilo dell’ente pubblico. Il motivo? Aver ricordato agli amministratori un principio democratico basilare: che sono pagati con i soldi dei contribuenti, mandati in comune per rappresentare la comunità e che non possono trattare i cittadini con arroganza o ignorarli, perché se la cittadinanza si arrabbia “per loro finisce la pacchia” (chiaramente intesa come consenso elettorale). Un giudizio politico aspro e un forte richiamo alla responsabilità, certamente, ma che rientra pienamente nei confini del legittimo diritto di critica garantito dall’Articolo 21 della nostra Costituzione.
Informazioni vitali negate per ripicca. Il paradosso e la gravità di questa misura di “silenziamento” si sono manifestati concretamente proprio oggi. Quando il comune ha pubblicato sulla propria pagina un avviso fondamentale di pubblica utilità – l’interruzione del flusso idrico con l’invito a “fare scorta d’acqua per domani” – la cittadina bloccata non ha potuto leggere l’allerta. Solo grazie alla condivisione dello screenshot da parte di altri residenti in un gruppo locale (“Fabrica Di Roma = Cittadinanza attiva”) è potuta venire a conoscenza del disservizio, pur restando nell’impossibilità di accedere alla fonte ufficiale.
Si tratta di un precedente preoccupante. Negare a un cittadino l’accesso alle informazioni di servizio e di pubblica utilità (allerta meteo, guasti idrici, modifiche alla viabilità) per ragioni di ripicca politica non è solo un dispetto personale: configura una potenziale interruzione di un pubblico servizio d’informazione e una violazione del dovere di imparzialità a cui la Pubblica Amministrazione è tenuta per legge (Art. 97 della Costituzione).
La giurisprudenza parla chiaro: i social del comune sono “piazze pubbliche”. La giurisprudenza in Italia si è già espressa chiaramente in merito: le pagine social dei comuni e degli enti pubblici non sono profili privati. Sono considerate “piazze virtuali” dove si esercita un servizio pubblico. Di conseguenza, nessun amministratore ha il diritto di censurare il dissenso o eliminare gli utenti “scomodi”, a meno che non si scada in insulti, minacce o diffamazioni (circostanza totalmente assente in questo caso).
Utilizzare il tasto “ban” per silenziare chi critica e tenere visibili solo i commenti di elogio o di assenso significa falsare il dibattito democratico e confondere la comunicazione istituzionale con la propaganda politica.
Ci si chiede se il sindaco e gli amministratori di Fabrica di Roma siano consapevoli che la pagina che gestiscono è dei cittadini e non della maggioranza di turno. Il diritto all’informazione e alla libera manifestazione del pensiero non può essere revocato con un clic da chi, temporaneamente, siede sulla poltrona di un palazzo pubblico.
Paola Pinardi
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