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Viterbo - L'appello alle istituzioni di Carolina Garrow, responsabile del centro antiviolenza Demetra per Ponte Donna

“La sicurezza delle donne non può attendere, la vittima che denuncia va protetta”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La sicurezza delle donne non può attendere. Mentre lo Stato mette al centro del proprio dibattito la sicurezza come emergenza, parlando di controllo del territorio, di ordine pubblico, di videosorveglianza, una domanda mi sorge spontanea: dov’è la sicurezza delle donne?


Violenza sulle donne - foto di repertorio

Violenza sulle donne – foto di repertorio


Ne ho ascoltate a centinaia, le ascolto tutti i giorni accolgo donne che trovano il coraggio di rompere il silenzio dopo anni di paura, umiliazioni e maltrattamenti. Le accompagno nel difficile percorso della denuncia e, quando il rischio è elevato, le accompagno in luoghi sicuri.

Al centro antiviolenza siamo testimoni dei loro drammi, delle loro rinunce e del prezzo altissimo che sono costrette a pagare per salvarsi. Lasciare la propria casa non significa soltanto cambiare indirizzo. Significa abbandonare una vita: gli affetti, le abitudini, il lavoro, gli oggetti quotidiani. Se ci sono figli, anche loro vedono improvvisamente sconvolta la propria esistenza, costretti a lasciare la scuola, gli amici, la propria stanza i propri punti di riferimento.

È una scelta dolorosa, ma necessaria quando la violenza mette a rischio la vita. Penso a M., che nel mese di aprile ha trovato il coraggio di denunciare suo marito dopo anni di violenze, confidando nella tutela delle istituzioni. Da quel giorno non vive più nella sua casa. Per proteggersi è stata costretta a trasferirsi altrove. Eppure continua a dover tornare nell’abitazione per occuparsi dei figli, aspettando che l’ex compagno esca su indicazione del tribunale, prima di poter entrare. Si fa accompagnare sempre da qualcuno, perché la paura che possa accaderle qualcosa è reale.

Penso a G., oggi ospite di una casa rifugio. Vive sospesa in un tempo di attesa. Non sa se e quando potrà tornare nella sua casa, non sa in quale luogo i suoi figli frequenteranno la scuola il prossimo anno, non sa come ricostruire una quotidianità che la violenza ha completamente distrutto. Ha fatto la cosa giusta ha salvato i suoi figli e se stessa rinunciando a tutto.

Ed è proprio in questi momenti che una donna dovrebbe sentirsi finalmente protetta dallo Stato. Purtroppo non sempre accade. Ci sono situazioni in cui la donna non viene creduta e la denuncia viene archiviata, anche in presenza di referti di pronto soccorso, una scelta insopportabile che la mette a rischio. Nuovamente la Corte Europea die Diritti dell’Uomo in questi giorni ha condannato l’Italia considerando ritardi cronici della giustizia italiana.

Penso ad A. che dopo essere stata messa in protezione è stata costretta a rientrare a casa con la figlia minore. Il tribunale aveva predisposto il rientro della figlia minore e lei, che non voleva separarsi dalla bambina, è rientrara per non lasciarla sola. Ho ancora nelle orecchie i pianti della bambina che hanno perseguitato le mie notti per settimane.

Sappiamo che ci sono i tempi tecnici delle indagini, ma per una donna che ha trovato il coraggio di denunciare possono significare il ritorno della paura di un incubo ancora da vivere, di nuovo sola, esposta, vulnerabile non creduta. Ogni volta che questo accade il messaggio che rischia di passare è devastante: denunciare comporta sacrifici enormi, ma la protezione non è sempre garantita.

Non metto in discussione il lavoro della magistratura né quello delle forze dell’ordine, che ogni giorno operano in contesti complessi, operano accanto a noi spesso anche loro sconcertati. Se vogliamo mettere in agenda la sicurezza, la tutela non può esaurirsi con la raccolta della denuncia. Deve accompagnare la donna in tutto il percorso successivo, con decisioni tempestive, interventi coordinati e strumenti realmente efficaci. La sicurezza non è uno slogan. Per una donna vittima di violenza significa sapere che, una volta chiesto aiuto, non sarà lasciata sola. Significa poter ricostruire la propria vita senza vivere nell’incertezza di ciò che accadrà domani.

Se vogliamo realmente parlare di sicurezza, allora dobbiamo avere il coraggio della piena cittadinanza delle donne. Perché la sicurezza non si misura soltanto dal numero di telecamere installate o dai controlli nelle strade. Si misura nella capacità delle istituzioni di proteggere chi trova il coraggio di denunciare, evitando che sia proprio la vittima a dover cambiare casa, cambiare vita e vivere nella paura, mentre chi ha esercitato la violenza continua la propria quotidianità quasi senza conseguenze. Fino a quando saranno le donne a doversi nascondere per salvarsi, non possiamo dire di vivere in un Paese sicuro.

Per Ponte Donna Carolina Garrow
responsabile Centro Antiviolenza Demetra


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28 luglio, 2026

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