Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La scritta “Casa del Balilla” sulla facciata del liceo classico di Viterbo è ridicola, vergognosa, lugubre e indegna. E lo scrivo da ex studente di quell’istituto, che ha studiato anche in nome e per conto di quei valori e ideali che hanno mosso l’azione e la vita del partigiano Buratti e di un uomo come Luigi Petroselli, che all’ingresso del liceo è ricordato. Valori e ideali antifascisti, repubblicani e democratici. Valori e ideali di una Costituzione nata dalla Resistenza.
E l’unica cosa da fare, finché si è in tempo – e si è in tempo finché ci sono i ponteggi, dopodiché campa cavallo – è cancellare quella scritta fascista una volta per tutte, affinché, in futuro, non venga più in mente a nessuno di riesumarla come una specie di walking dead in giro per la città. Una scritta che va cancellata e, a questo punto, sostituita con l’unica scritta possibile: Mariano Buratti. Il nome del liceo.
Una scritta – “Casa del Balilla” – ridicola, vergognosa, lugubre e indegna.
Ridicola perché, una volta alla luce del sole, getterebbe nel ridicolo il liceo classico, il dirigente scolastico, gli studenti e gli insegnanti. Dirigente, studenti e insegnanti che farebbero bene a ribellarsi e a non legittimare con il silenzio quanto accaduto. Una scritta ridicola fino allo sgomento perché, appunto, quel liceo, agli occhi di tutti, a quel punto diventerebbe “Liceo classico Mariano Buratti – Casa del Balilla”. Una scuola dedicata a un partigiano che esalta un istituto del fascismo. Buratti che il fascismo ha combattuto. Fascismo che Buratti ha fucilato. Un liceo che al suo ingresso ricorda anche, come già detto, la figura di Petroselli, politico comunista tra i più importanti personaggi della storia repubblicana.
Un liceo che, in tal modo, diventerebbe un vero e proprio caso nazionale. Un caso sociopolitico di schizofrenia storico-culturale senza pari.
Una scritta vergognosa e indegna, e su questo ha scritto già ampiamente, e con merito, il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti. Vergognosa perché mette al muro Buratti per la seconda volta, insultandone il nome. Suo e quello di Petroselli. Loro e quello della Resistenza. Una scritta oltretutto indegna, perché non degna di una qualsiasi committenza e istituzione pubblica. Non degna, dunque, di una provincia che quei lavori ha appaltato.
Infine, è una scritta lugubre perché evoca tristezza, lutto, dolore e paura. Perché racconta, ricorda e restaura il nome di un istituto, la Casa del Balilla, che educava le giovani generazioni agli ideali di guerra e di morte. Ideali ai quali il fascismo le ha destinate in Spagna, in Etiopia e nel corso del secondo conflitto mondiale. Al fianco dei nazisti.
L’unica cosa da fare adesso è dunque cancellare quella schifezza e sostituirla con il nome di Buratti.
Perché, ricordando quanto Italo Calvino scrive nel romanzo Il sentiero dei nidi di ragno, Buratti è stato dalla parte del riscatto e della liberazione. Dove ogni gesto è stato un passo per la costruzione di un mondo senza violenza e senza rabbia, un mondo libero e giusto.
La scritta “Casa del Balilla” racconta invece la storia di chi si è schierato dalla parte dei gesti perduti e dell’inutile violenza. La parte di chi ha ucciso per perpetrare l’odio e restarne schiavo.
Daniele Camilli
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