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Viterbo - Lo afferma la sezione locale dell'ente nazionale protezione animali: "Le decisioni sulla fauna selvatica devono essere prese dalle istituzioni e dalla comunità scientifica"

“Arcicaccia si indigna perché la regione applica le regole”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Mentre i territori subiscono i danni di una gestione faunistica fallimentare, i cacciatori protestano perché la regione Lazio non concede loro un potere decisionale assoluto.

Enpa

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Non c’è limite al senso di impunità e alla pretesa di privilegio. L’ultimo comunicato di Arcicaccia Viterbo contro la regione Lazio, colpevole a loro dire di aver presentato il disciplinare per la caccia al cinghiale 2026/2027 “dall’alto” e senza un “reale confronto”, è il ritratto perfetto di un mondo venatorio che si crede proprietario della cosa pubblica, della fauna selvatica e del destino dei nostri territori.

 
La gestione pubblica non si appalta alle doppiette. Arcicaccia si indigna perché la regione applica le regole e non ha concesso il regolamento triennale blindato che i cacciatori pretendevano. Ma da quando in qua la gestione della sicurezza ambientale, della biodiversità e dell’emergenza della Peste Suina Africana (PSA) deve essere co-progettata e delegata a chi spara per hobby?
 
La verità che Arcicaccia non accetta è che le decisioni sulla fauna selvatica devono essere prese dall’alto, dalle istituzioni e dalla comunità scientifica, non nelle sedi dei sindacati venatori. La pretesa di “programmare e gestire con certezze pluriennali” il prelievo faunistico non è altro che la richiesta di avere carta bianca e garanzie commerciali sulle battute di caccia per i prossimi anni.
 
Il fallimento della caccia come “soluzione”. L’associazione parla di “tutela delle produzioni agricole” e di “contrasto alla PSA”, offrendo la propria collaborazione operativa. È l’ennesima narrazione mistificatoria. I dati scientifici dimostrano da anni che la caccia in braccata e il caos generato dalle doppiette sul territorio non fanno altro che disperdere i branchi di cinghiali, aumentando la diffusione dei virus e spingendo gli animali verso le aree urbane e coltivate.
 
I cacciatori si propongono come salvatori della patria, ma sono la causa principale del problema. Pretendere oggi di entrare persino nella gestione delle Aree Naturali Protette, dei parchi e delle aziende faunistiche dimostra una brama di controllo del territorio che non ha nulla a che fare con l’ecologia, ma solo con il divertimento di pochi a danno della maggioranza dei cittadini.
 
Nessun tavolo di favore per chi spara. La regione Lazio fa bene a non farsi ricattare dalle minacce di “sospensione del giudizio positivo” da parte delle sigle venatorie. Il dialogo istituzionale si fa con la scienza, con gli agricoltori devastati dai danni e con i cittadini che chiedono sicurezza nei boschi e nelle strade.
 
Non abbiamo bisogno di una “strategia ad ampio raggio” dettata da Arcicaccia per aprire i parchi protetti ai fucili. Abbiamo bisogno che la politica smetta di considerare i cacciatori come interlocutori privilegiati. Il tempo dei privilegi e delle norme scritte sotto dettatura delle lobby delle doppiette è scaduto. La fauna è un bene indisponibile dello Stato, non un parco giochi privato per le sezioni venatorie di Viterbo.
 
Enpa sezione di Viterbo e provincia
 
– Arcicaccia Viterbo: “Nessun confronto o partecipazione per il nuovo disciplinare della caccia al cinghiale stagione 26-27”

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8 agosto, 2026

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