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Viterbo - Il maestrone tra poesia, cultura, politica e ironia, capace di attraversare le generazioni senza mai cercare di piacere a tutti

Guccini, l’unico a far rimare Schopenhauer con amare…

di Francesco Corsi
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Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo

Viterbo –  “Non si lavora Agosto, nelle stanche tue lunghe oziose ore mai come adesso è bello inebriarsi di vino e di calore, di vino e di calore…”. Doveva pur succedere che se andasse, purtroppo, e che se andasse giocoforza in uno dei dodici mesi di una canzone che basterebbe da sola a spiegare chi era Francesco Guccini. “Guccini, pure Gloria è una bella canzone”, chiedeva Aldo Cazzullo in un’intervista di un paio d’anni fa sul Corsera, in riferimento ad una dichiarazione di Jovanotti secondo cui non esiste una netta separazione tra cultura alta e bassa, e che una hit popolare come Gloria non avesse nulla da invidiare a un classico impegnato come La locomotiva. “Figurarsi se ce l’ho con Gloria, che è una canzone simpatica. E anche Jovanotti è un simpatico ragazzo” rispose il maestrone, “ma dietro certe canzoni ci sono libri letti, c’è cultura. Dietro la Canzone dei dodici mesi ci sono i bestiari medievali e i poeti: Cenne da la Chitarra, Folgòre da San Gimignano, Omar Khayyam. Cristo la tigre, invece, è un’immagine di John Donne”. 

In un tempo in cui le canzoni, alcune canzoni, si scrivevano in endecasillabi o doppi settenari (ingeneroso fare paragoni con oggi), Francesco Guccini è riuscito ad essere attuale parlando a tutti, a farsi amare da tutti per non avendo mai cercato di piacere e non nascondendo idee (citofonare Meloni e Salvini), pensieri, radici, riferimenti culturali. Ai suoi concerti, rigorosamente “a sedere!” come intimava dal palco con la sua vociona, erano mischiati nonni, figli e nipoti, che si tramandavano una passione quasi da iniziati. Come avviene per tutti i cantanti, è vero, ma per Guccini di più, inutile provare a spiegare. 

Chiamarli concerti è riduttivo: erano cabaret (“qui sul mio onore, smetterei di giocar con le parole, ma è un vizio antico e poi quando ci vuole per la battuta mi farei spellare”), spettacolo, vaudeville, catarsi collettiva, crescita culturale e politica. Tutti diversi ma tutti con lo stesso inizio, Canzone per un’amica, e con la stessa fine, La locomotiva. Strano destino per questa canzone, a dimostrazione ancora una volta della trasversalità di Guccini. Diventata un inno di protesta e cantata con il pugno chiuso “ma io non pensavo al comunismo, pensavo ad Addio Lugano bella di Pietro Gori, a Nel fosco fin del secolo morente di Luigi Molinaro”. E ancora: “Mai stato comunista, ero anche antisovietico, Putin ora mi fa orrore. Sono un libertario, un azionista. Se proprio devo scegliere un partito del passato, mi riconosco nel Partito d’Azione: giustizia e libertà”. 
Ha cantato il disincanto, il mito, il cuore delle donne, gli amori che nascono e quelli che muoiono, i dubbi, il dolore della perdita, gli eterni dilemmi, “le domande consuete”, le risposte che mai ci sono e quindi non resta altro che prendere sonno (“confondo vita e morte e non so chi è passata, mi copro col mantello il capo e più non sento, e mi addormento, mi addormento, mi addormento…”).

E poi la bohème degli studenti e la piccola borghesia, lui “cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, io, tirato su a castagne ed ad erba spagna”. Ammirato e amato al di là delle generazioni e delle idee politiche, si diceva, forse perché tutti, in autostrada e per un momento, hanno incontrato la ragazza dietro il banco di Autogrill (canzone dove, peraltro, in una sola strofa, mette insieme tre parole piane e poco utilizzate come cigolio, sgocciolio, acciottolio). O perché, all’amore della vita, non si può non sussurrare “vorrei conoscer l’odore del tuo paese, camminare di casa nel tuo giardino, respirare nell’aria sale e maggese, gli aromi della tua salvia e del rosmarino..”.

Ha scritto Umberto Eco, che con Guccini e Roberto Benigni si divertiva a creare acrostici: “Guccini è forse il più colto dei cantautori in circolazione; la sua poesia è dotta, intarsio di riferimenti: che coraggio far rimare Schopenhauer con amare!”. (Guccini stesso lo corresse, quella tra “amare” e “Schopenhauer” non era una rima perfetta, bensì un’assonanza. E amare è una parola usata come aggettivo). 

Era bonario, cortese, burberamente dolce anche con chi lo ha solo sfiorato di passaggio per una breve intervista prima di un concerto a Perugia (si perdoni il ricordo personale). Al giovane cronista che ero, molto emozionato tanto poi da confezionare un articolo francamente dimenticabile, sentendolo impacciato porre una domanda poco meno che ridicola (“Guccini, oggi è la prima tappa del nuovo tour. Come mai inizia da Perugia?”), rispose flemmatico (con lui c’era lo storico manager, il mitologico Renzo Fantini). “Benedetto ragazzo, prenditi però una camomilla, sono Guccini, mica Madonna… perché inizio da Perugia? Beh, pagano (pausa e sguardo ironico a Fantini) e poi da qualche parte bisognava pur iniziare, no?”). 

“Per Francesco da Francesco” era la firma, qualche anno fa, di una vignetta di Altan dedicata Guccini che recitava: “Noi farfalle si vive un giorno solo e alle sei di sera si han già le palle piene”.  A te, al quale l’entomologo Giovanni Sala dedicò davvero una farfalla…ciao Parnassius Guccini, buon ultimo volo.

Francesco Corsi


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8 agosto, 2026

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