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Musica – Daniele Camilli ricorda il cantautore come uno degli ultimi grandi interpreti di un secolo, delle sue speranze, delle sue sconfitte e delle sue contraddizioni

Con Guccini è morto il Novecento

di Daniele Camilli
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Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo

Viterbo – Contrariamente a molti artisti pop condannati in eterno a vestire i panni della propria gioventù, Guccini ha saputo invece invecchiare e, ieri, morire. E con Guccini, ieri, per molti, è morto il Novecento. Auschwitz, primavera di Praga, la Locomotiva. Le radici di tanti, nati in quel secolo che Guccini ha raccontato. Distinto e distante dagli altri cantautori che in quei cent’anni ci sono stati. Anch’essi con tutte le scarpe.

Di suo credo nemmeno li amasse, così come capì ben poco quello che nel frattempo si muoveva al di fuori di quel contesto. Dagli anni ’70 in avanti. Dagli Area al punk fino agli Offlaga Disco Pax. Sebbene poi, con Giovanni Lindo Ferretti (Cccp-Csi-Pgr), abbia condiviso, a un certo punto, l’esilio e il ritiro. Un uomo, Guccini, che ha avuto il coraggio di saper tramontare. Capace inoltre di saper fare a meno di “quei quattro soldi” e “quella gloria da stronzi” tirata addosso, da molti, a chi è venuto dopo. Dopo il ’68. Dimenticandosi però che è finito in sconfitta. Con tanto di pentapartito, Drive In, Tangentopoli e Berlusconi. Dimenticandosi, però, che quei molti, a un certo punto, tra profezie di “diluvio”, arroganza e prosopopea, non hanno avuto più nulla da insegnare. E hanno solo pensato ad assicurarsi la pensione.

Guccini, a modo suo, è stato più simile a Bob Dylan e Leonard Cohen. Un derivato italiano, certamente di ben altro spessore. “The answer, my friend, is blowin’ in the wind” (Blowin’ in the Wind, Dylan); “Oh, the wind, the wind is blowing, through the graves the wind is blowing” (The Partisan, Cohen); “E adesso sono nel vento. E adesso sono nel vento” (Auschwitz).

Nato a sinistra, Guccini è stato persino metabolizzato a destra. Soprattutto, in tal caso, per gli eccessi di acredine e rimpianto che ne attraversano i testi. Filtrati entrambi, a destra, dal culto littorio per la tradizione ridotta a folklore. Un cantautore che è stato comunque, fin da subito, ecumenico. “Dio è morto” la Rai l’ha infatti censurata. Radio Vaticana l’ha trasmessa.

Quel che più conta, tuttavia, è che le sue canzoni le conoscono e le hanno conosciute davvero tutti. Quelli che, per dirla con De Gregori, “hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare”. Note e testo sono stati talmente tanto in sinergia col mondo, così com’è, da esserne stati parte, almeno, per un paio di generazioni. Finiti pure sulle antologie per le scuole medie e superiori. Un classico in vita. Come diceva, ma per se stesso, Carmelo Bene. Con una differenza: una specie il primo, oltre il tempo il secondo.

Guccini poi non è stato “un poeta”, come adesso tutti dicono, probabilmente sapendo poco di quello che dicono. I “poeti” non hanno contemporanei. Sono eterni. E Guccini non lo è. Eterni sono Miles Davis, Demetrio Stratos e i Beatles. Mina e Modugno. Lennon e Kurt Cobain.

Guccini è figlio del Novecento e lì resta. Tranne una piccola parte. Un paio di versi di una canzone che continueranno, questa volta sì, a interrogarci in eterno. Come i tagli di Fontana. La canzone del bambino nel vento. “Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello”. “Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”.

Daniele Camilli


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7 agosto, 2026

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