Civita Castellana – (sil.co.) – Traffico di cocaina tra Roma e Civita Castellana, confermato il carcere per il braccio destro del capoclan. Lo scorso 20 maggio, la cassazione ha respinto il ricorso della difesa di un 33enne d’origine tunisina, appartenente a un’organizzazione che fatturava 150mila euro al mese usando anche un ristorante come copertura.
Civita Castellana – Intervento dei carabinieri
Dietro le sbarre è finito con l’accusa di far parte di un’articolata associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico, in seguito a un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di Roma lo scorso gennaio.
L’indagine fotografa una fitta rete dello spaccio di cocaina attiva tra la Capitale e il comune di Civita Castellana, capeggiata dal fratello dell’indagato. Un business per l’appunto da 150mila euro al mese
Le indagini condotte dai carabinieri avrebbero svelato un’organizzazione tutt’altro che improvvisata. Il sodalizio criminale poteva contare su basi logistiche per il confezionamento, auto per le consegne a domicilio e una rete di pusher attiva 24 ore su 24, per un giro d’affari stimato intorno ai 150mila euro mensili, con piazze di spaccio presidiate costantemente e un sistema di assistenza economica e legale garantito ai membri del gruppo che finivano in arresto.
Il ruolo del 33enne, noto nell’ambiente con il soprannome di “Kiki”, sarebbe stato di massima fiducia. Secondo gli inquirenti, l’uomo non si limitava a consegnare le dosi di cocaina, ma gestiva compiti di natura amministrativa, come la spartizione dei guadagni con il fratello (all’epoca già ai domiciliari). Inoltre, sfruttando il suo stato di incensurato, si sarebbe prestato a fare da prestanome per un’attività di ristorazione utilizzata dal clan come copertura per i traffici illeciti.
La difesa ha provato a ridimensionare le accuse, sostenendo che si trattasse di episodi di spaccio di “lieve entità” (il cosiddetto “quinto comma”), basati su intercettazioni e prove incerte (“droga parlata”), evidenziando lo stato di incensuratezza dell’uomo e il tempo trascorso dai fatti (commessi tra il 2023 e il 2024), chiedendo una misura cautelare meno severa del carcere.
La suprema corte ha però giudicato blindata e coerente la ricostruzione dei giudici di merito. L’ipotesi del reato minore è stata categoricamente esclusa, per la continuità delle forniture e l’elevata disponibilità di cocaina, l’efficienza della struttura, incompatibile con una dimensione puramente “artigianale” o occasionale dello spaccio, nonché per il ruolo strategico dell’indagato, che ha continuato a operare anche mentre il capoclan si trovava in regime di arresti domiciliari.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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