Viterbo – (sim. lup.) – Sono 931 i braccianti agricoli stranieri che lavorano nelle campagne intorno a Viterbo, il 71,4% della manodopera del settore e il 12,7% degli oltre 7mila cittadini stranieri presenti in città. Il grosso non vive più a ridosso delle aziende come un tempo, ma in città. Una realtà importante, al centro di un progetto promosso dall’amministrazione comunale per migliorare le loro condizioni, attraverso il coinvolgimento di istituzioni, imprese, sindacati e terzo settore.
Fabio Malerba, Patrizia Notaristefano, Daniele Camilli
L’iniziativa, nata su impulso dell’Anci e già sperimentata in altri comuni, porterà alla definizione di un piano territoriale multidisciplinare. Il primo incontro si è svolto ieri a palazzo dei Priori. A illustrare il percorso l’assessora all’Agricoltura Patrizia Notaristefano, che ha ricordato il peso del settore agricolo nell’economia locale, superiore al 30%, annunciando tre tavoli di lavoro già tra novembre e dicembre.
“Un tavolo istituzionale – ha spiegato Notaristefano – affronterà le problematiche dei lavoratori stranieri, a partire da documenti e autorizzazioni, per favorire una collaborazione più stretta tra uffici ed enti, Inps e prefettura. Un secondo tavolo coinvolgerà il sociale e il terzo settore, mentre il terzo si concentrerà su istruzione, inserimento sociale, alloggi e trasporti”.
Patrizia Notaristefano
Un primo quadro della situazione è stato tracciato da Daniele Camilli, sindacalista della Uila Uil, che ha presentato i dati relativi al 2025.
“In tutta la provincia di Viterbo ci sono circa 9.200 braccianti agricoli – ha esordito Camilli -. Nel solo comune capoluogo sono 1.304, il 94% con contratto a tempo determinato e appena il 6% a tempo indeterminato. Il livello di stagionalità e precarietà è quindi particolarmente elevato”.
Viterbo rappresenta uno dei principali poli agricoli della Tuscia, anche per la concentrazione delle imprese, soprattutto nell’area di Castel d’Asso.
“Dei 1.304 braccianti presenti nel comune, 931 sono stranieri, pari al 71,4% della forza lavoro agricola. A livello provinciale la percentuale si attesta invece intorno al 60% – ha sottolineato Camilli –. I lavoratori provengono da 57 Paesi diversi, una realtà profondamente cambiata rispetto al passato, anche per le problematiche linguistiche legate alla sicurezza sul lavoro”.
Il 39% proviene dall’Africa, il 32% dall’Asia e il 26% dall’Europa, soprattutto orientale. La nazionalità rumena resta tra le più rappresentate, ma negli ultimi anni è cresciuta la presenza di lavoratori provenienti da Paesi a maggioranza musulmana.
In prima fila i rappresentanti di Anci, prefettura e Inps
Anche la composizione religiosa è cambiata. “La comunità islamica rappresenta oggi il 51,9% della forza lavoro agricola, mentre quella ortodossa, prevalente fino a una decina di anni fa, si attesta intorno al 20%”.
Netta la prevalenza maschile: tra i braccianti nati all’estero l’88% sono uomini e l’11% donne. Tra quelli nati in Italia, invece, la componente femminile sale al 36%.
Un altro elemento riguarda le giornate lavorate. “Parliamo quindi di circa la metà dei lavoratori agricoli che raggiunge almeno 151 giornate”.
All’iniziativa hanno annunciato la propria adesione anche l’Inps e la prefettura. Il direttore provinciale dell’Inps, Gianfrancesco Tedeschi, ha rilanciato anche la Rete del lavoro agricolo di qualità. Fabio Malerba, in rappresentanza della prefettura, dove sono già attivi altri tavoli sul fronte dell’immigrazione, ha manifestato la volontà di palazzo del Governo di collaborare al progetto.
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