Viterbo – (sil.co.) – Erano circa le 21 del 3 gennaio 2015 quando i carabinieri si precipitarono in un’abitazione al confine tra le province di Viterbo e Roma, trovando una donna con la fronte gonfia e tumefatta e con lei la figlioletta di poco più di due anni che piangeva terrorizzata. All’arrivo della pattuglia era assente il presunto aggressore che, dopo avere picchiato sembra per l’ennesima volta la compagna, si sarebbe volatilizzato prima che giungessero i soccorritori, i quali hanno trovato in lacrime, ad aspettarli sotto casa, la madre e la figlioletta.
L’uomo, difeso dall’avvocato Penna, è tuttora sotto processo a Viterbo per maltrattamenti in famiglia e ieri ha potuto fornire la sua versione ai giudici del collegio presieduto dal magistrato Jacopo Rocchi, pubblico ministero Flavio Serracchiani. La ex è parte civile con l’avvocato Gianfranco Carluccio. Ha provato a ribaltare le accuse, dicendo di essere lui la vittima. La discussione è stata rinviata a febbraio.
Carabinieri – Il tribunale dall’alto
“Accoltellato e preso a cazzotti in bocca”
“Quella sera io ero appena tornato dal lavoro, ero ancora in tuta e ci sono rimasto fino al giorno dopo. Ero stato in officina a confezionare una spada medievale in ferro battuto per uno dei nostri amici delle rievocazioni storiche, per guadagnare qualche soldo in più. L’ho trovata in cucina, su tutte le furie per la gelosia, e siccome le ho detto che non volevo litigare mi ha dato una coltellata su una mano e poi un cazzotto sulla bocca. Sono scappato e ho dormito in un’altra mia abitazione”, ha detto, spiegando di essere tornato la mattina successiva e di avere saputo solo allora dei carabinieri da una vicina. “Io le avevo solo dato uno spintone per andare via”, ha concluso, negando di averla aggredita.
“Le vere vittime in questa vicenda siamo io e mia figlia”
“Gli unici a subire atti di violenza”, ha concluso l’imputato, al termine di un travagliato interrogatorio, spiegando che sia a lui che alla madre è stata sospesa la potestà genitoriale e che lui non riesce a vedere la figlia da sei anni. “Ho dovuto pagare un investigatore privato per sapere dove si trova e ho scoperto anche che le hanno fatto credere che suo padre sia il nuovo compagno della madre”, ha detto in aula.
La vicenda del “compleanno medievale”
Appassionati entrambi di rievocazioni medievali, imputato e parte offesa hanno avuto una lunga relazione, condividendo la comune passione che li aveva fatti conoscere e frequentando persone con gli stessi gusti, diverse delle quali ieri hanno testimoniato per la difesa, raccontando di un “regalo” fatto in occasione del 17 agosto 2013 dalla presunta vittima all’imputato per il suo compleanno, quando hanno trascorso una notte in tenda assieme alla figlioletta, mangiando carne alla brace davanti al fuoco, vestiti in abiti d’epoca, lei perfino con la corona da principessa, in attesa dell’arrivo degli amici, anche loro abbigliati in maniera adeguata, la mattina successiva. Secondo la donna quella sera lui si sarebbe ubriacato e l’avrebbe aggredita, facendole volare via la corona e guastando la festa, ma i testi hanno detto di averli trovati d’amore e d’accordo e la sera stessa lei avrebbe condiviso una foto con un messaggio pieno di parole dolci rivolte al compagno, che nel frattempo ha negato di averla percossa anche in gravidanza, di avere abusato di lei, di essere un violento e un ubriacone.
“Lei mi dava del porco, maiale, padre di merda”
Parti invertite. L’imputato ha raccontato la storia di tante donne al contrario. “Lei soffriva di una gelosia ossessiva, mi aggrediva, mi diceva porco, padre di merda, maiale, anche davanti agli altri”, ha sottolineato. Fino a dirsi vittima della sua ex, che nel frattempo si è rifatta una vita: “Facendo credere a mia figlia che suo padre non sia io, ma il suo nuovo compagno”. Infine ha rivelato un ultimo particolare: “Dopo la sera del 3 gennaio, abbiamo continuato per un periodo a vederci, presso un bed and breakfast, per nostra figlia ma anche per stare insieme noi due. Io ne ero profondamente innamorato”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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