– In pratica, il presidente Marcello Meroi riconosce, su Tusciaweb, che non c’è stato l’ampio dibattito che pure questo giornale da anni chiede sul ruolo della classe politica, e anche sul suo, per attivare il coinvolgimento della gente e delle istituzioni locali sul futuro dell’ente Provincia.
Riunioni sporadiche e firme su protocolli generici e di vertice con città vicine rischiano di rivelarsi politichese puro e non risposta a quegli appelli che qui non sono mai mancati (da anni), ultimo nel tempo quello di Carlo Mezzetti e Paolo Stavagna, considerati dal capo di Palazzo Gentili “qualcuno che finalmente si occupa della vicenda oltre a” lui e ai suoi. Ma è davvero così?
Meroi se la prende, non senza qualche ragione, con i parlamentari locali, che oggi sono di sinistra, ma solo ieri erano di sinistra e destra. Quando, e pure allora, i governi puntavano all’abolizione delle province, indietreggiavano poi verso il “riordino” e la Corte Costituzionale interveniva a far ricominciare tutto da capo.
Questo, tanto per capirci e sperare che, almeno dopo Santa Rosa, il coinvolgimento e le proposte vengano davvero e che la gente non le consideri, come purtroppo è aiutata a fare dal comportamento di molti politici, chiacchiere. Le quali, come noto, son come le “tabacchiere di legno: neanche ‘o banco le prende in pegno”.
Allora ricominciamo, premettendo che, con l’abolizione tout court, non si risolve il problema del debito pubblico e inserendo il tema dei confini nel ruolo delle dimensioni distrettuali che, comunque, dovrebbe ritenersi necessario mantenere perché, in tempi di globalizzazione, di decisioni che si prendono solo in nome della domanda e dell’offerta economica, bisogna ricordare che i mercati guardano il presente e il futuro e ad essi poco importa del passato. Delle caratteristiche umane degli individui e dei vari popoli, sulle quali, invece, storia, clima e geografia incidono. “Identità appannate da riscoprire”, diceva il cardinale Tettamanzi.
Viene qui a proposito il “controcorrente” firmato giovedì sul Corriere della Sera da Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis, il quale si domanda “E se lasciassimo in pace le Province?” , sostenendo, anche con un riferimento alla Tuscia, che “la cancellazione dell’identità provinciale – quella che fa dire ad un viterbese di essere prima viterbese e poi laziale o cittadino del centro Italia – è un disinvestimento pericoloso in tempi di individualismo che si gloria di vivere senza appartenenze”.
Identità non è individualismo e le dimensioni devono contare tanto quanto le analogie di prospettive economiche, di storia e tradizione.
Si può, infatti, cancellare Viterbo provincia e mantenere una Regione come il Molise che ha forse meno abitanti della Tuscia? E il Lazio ha senso con Roma che va verso la configurazione di distretto metropolitano?
Insomma, il problema è vasto e non può prescindere da un ripensamento sul numero e i confini delle regioni, come pure sulle funzioni e l’efficienza dell’ente provincia, che potrebbe rimanere a svolgere attività amministrativa di “area” (strade, pianificazione, trasporti…) ma avendo a riferimento democratico i Comuni, da cui attingere autorità e con cui verificare le scelte.
Si può parlare di questo e del molto altro che ruota intorno?
Un esempio: grandi gruppi bancari che danno un valore al territorio, mantengono marchi e governance locali inseriti in politiche di coordinamento “regionale”. Ma le regioni in cui hanno diviso il territorio nazionale non sono più di otto e le banche territoriali coordinate, superando i vecchi confini provinciali, confluiscono in più produttive aggregazioni.
Renzo Trappolini
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