Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Questi giorni, anche gli alunni della materna ritmano il liberatorio “È finita la scuola” accompagnati dal “Bravi” (a prescindere) delle maestre e per le famiglie comincia l’ansia di trovargli, soprattutto nelle grandi città, almeno “un prete per chiacchierar”. Zitte per scelta, invece, tre loro colleghe studentesse più grandi che, a Venezia, hanno rifiutato di rispondere agli orali per protesta contro la professoressa che ne aveva bocciato lo scritto. Per tutti, poi, la vita provvederà – quando va bene – ai corsi di recupero, perché, come diceva Eduardo De Filippo, gli esami non finiscono mai.
Sia per quelli che a scuola studiavano ed erano bravi, sia per quelli che si atteggiavano a sapientoni, sia per gli altri che dovevano poi supplire con un impegno postumo il cui successo non è mai così scontato. Accade, ma non è la regola. Per esempio, Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura, che aveva fatto solo fino al terzo avviamento, scrisse poesie, trovò chi le apprezzò e gli diedero tre lauree ad honorem e il titolo di senatore a vita per aver illustrato la patria nella cultura.
O Giuseppe Prezzolini che aveva abbandonato gli studi di liceo ma poi, per trentatré anni insegnò alla Columbia University negli Stati Uniti, fondò giornali, scrisse libri. Gli occorse l’impegno extrascolastico di un secolo, quanto visse.
Eccezioni certamente, come Giulio Andreotti che all’università ebbe un solo 18 in scienza delle finanze ma una ventina d’anni dopo delle Finanze italiane divenne ministro e quando passò alla Difesa, fece cercare il medico che l’aveva escluso dal Corso Allievi Ufficiali, pronosticandogli pochi mesi di vita. Però l’esaminatore, nel frattempo, era morto.
Cose che succedono, ma non possono illudere. Le vacanze sono un diritto ma il dovere di studiare dando il meglio delle proprie capacità aiuta a star meglio dopo. Specie se, in famiglia, tra una nuotata o una partita, qualcuno rammenta che leggere un libro non è tempo perso.
I romani conquistarono il mondo e Plinio il Vecchio parlava loro di quel pittore che non faceva passare giorno senza tracciare qualche linea col pennello. Era Apelle, il figlio di Apollo. Sì, quello che fece una palla di pelle di pollo e la fece così bene che dopo migliaia di anni ce ne ricordiamo.
Allora, buone vacanze ma per prepararsi a ricominciare di gran lena perché non tutti sono “figli di” e hanno le buone sorti di un Gianni Agnelli che, dalla Fiat alla Juventus, fu per il mondo l’ultimo re d’Italia. L’ “Avvocato”, che raccontò come in tempo di guerra approfittò del beneficio del diciotto assicurato negli esami agli universitari destinati al fronte e si presentò al professore che “sembrava non vedesse niente. Prendeva il libretto, metteva il voto, firmava e lo restituiva”.
Con lui, però, alzò un momento gli occhi per dirgli: ”signor Agnelli, col suo nome si dovrebbe vergognare!”.
Era il professor Luigi Einaudi che poi divenne presidente della repubblica italiana. A buon titolo e merito. Anche per questo.
Renzo Trappolini
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