Viterbo – “Per lei ero come una figlia”. Accusata di avere truffato decine di migliaia di euro a una vecchietta novantenne residente nell’immediata periferia del capoluogo, facendosi anche nominare unica erede nel testamento, una “crocerossina” 77enne si è difesa ieri in aula, negando di essersi appropriata di alcunché durante l’interrogatorio davanti al giudice Jacopo Rocchi.
La vittima avrebbe rischiato di perdere anche la casa.
”È stata lei a volermi nominare erede a tutti i costi, perché diceva che ero come una figlia, ma io non ero contenta, qualcuno poteva pensare male”, ha detto la donna, che secondo l’accusa avrebbe fatto piazza pulita di tutti i risparmi della vittima prima di essere scoperta.
Non solo. Durante l’udienza è emerso anche che, al momento dell’intervento dei servizi sociali coi parenti, la nonnina sarebbe stata preoccupata, perché da un momento all’altro sarebbe dovuto venire un notaio per una non meglio identificata “vendita della casa”.
In realtà quel giorno di gennaio di quattro anni fa non si è fatto vedere alcun notaio, ma la sera stessa si sarebbe intrufolata nel palazzo l’imputata, dopo che la nipote aveva cambiato la serratura di casa della zia, bussando alla porta per farsi aprire e poi dicendo alla vicina che l’anziana stava dando fuori di testa, poteva far esplodere il palazzo col gas e che sarebbe stato bene chiamare il 118 e farla portare in ospedale con l’ambulanza.
“Io sono una crocerossina”, si è appellata più volte l’imputata in aula, dicendo di avere conosciuto l’anziana dal fornaio scoprendo che era “sola da anni” e di esserla poi andata a trovare, visto che erano vicine di casa, negando di essersi spacciata per infermiera e dicendosi volontaria del soccorso. “Le stavo vicino solo perché era sola e abbandonata da tutti – ha insistito – non aveva nessuno e alle nipoti non importava niente della zia”, ha ribadito, lanciando frecciatine alle nipoti e dipingendo contemporaneamente l’anziana come una donna avara di quattrini e di sentimenti, che aveva rotto con vicini di casa e familiari: “Non si parlava con nessuno”.
I fatti vanno dal 2015 a gennaio 2020, quando la vittima ha allertato i servizi sociali del comune di Viterbo, che hanno rintracciato i familiari dell’anziana, facendo scoprire anni di presunte ruberie, al ritmo di tre-quattromila euro di media al mese per un totale di 185.500 euro, 46mila dei quali prelevati in contanti dall’imputata, che avrebbe anche riscattato una polizza vita da 150mila euro e due buoni fruttiferi da 100mila e 50mila euro, oltre a disporre un bonifico di seimila euro al marito.
“Io eseguivo gli ordini, era lei che mi diceva di prelevare quelle somme in banca, non so per cosa, anche quattromila euro a volta. Glieli portavo, lei li contava e poi non so cosa ci faceva”, ha detto di fronte alle “evidenze bancarie”, prodotte dal difensore di parte civile Virna Faccenda che assiste l’anziana, oggi 94enne. “Io beneficiaria di una polizza? Non mi risulta”, ha risposto l’imputata. Fatto sta che dei soldi degli “ammanchi” non è stata trovata traccia. “I seimila euro a mio marito ha voluto regalarglieli lei, perché l’avevamo accompagnata a operarsi alle ginocchia ad Arezzo”, ha proseguito.
Difesa dall’avvocato Cinzia Luperto, la donna ha negato di avere mai somministrato “goccette” di benzodiazepine e affini alla vecchietta, il cosiddetto “trittico”, nonostante la nipote e l’assistente sociale abbiano trovato le confezioni in cucina.
Dalle medicine ai soldi, avrebbe fatto tutto lei. ”È lei che ha voluto a tutti i costi andare dal notaio per nominarmi erede – ha detto e ridetto la sedicente crocerossina – ho anche dovuto chiamare a casa lo psichiatra Antonio Maria Lanzetti, a il 18 maggio 2017, per certificare che fosse capace di intendere e di volere, sennò niente testamento”. Lanzetti, che dopo la denuncia è stato nominato come consulente dalla procura, ha confermato ieri che nel 2020 l’anziana era sempre capace di intendere e di volere, anche se i farmaci trovati nella sua abitazione avrebbero potuto alterarne la volontà.
Secondo la novantenne, era stata la “crocerossina” ad allontanarla dai familiari: “Le nipoti? Che ci fai con le nipoti? Ci penso io a te”. Da gennaio 2020, della zia si occupano una nipote e il marito. “Abbiamo comprato apposta una casa vicino alla sua per starle vicini”, ha riferito ieri l’uomo, sottolineando come la banca abbia fatto e continui a fare resistenza nel dare i giustificativi richiesti, nonostante gli ingenti e continui prelievi effettuati dall’imputata, “i risparmi di una vita”, che si sono volatilizzati.
A gennaio 2020 si sarebbe volatilizzata anche l’imputata, motivo per cui la novantenne ha chiesto aiuto i servizi sociali. Alla richiesta di spiegazioni da parte del giudice, la 77enne ha tirato fuori una presunta lite per delle infiltrazioni di acqua dal piano superiore: “Si era arrabbiata anche con me, perché avevo difeso la vicina. Ma due giorni dopo sono tornata, figuriamoci se non tornavo, solo che non mi ha aperto, mi ha detto qualcosa di soldi e nipoti e mi ha cacciata”. Era il giorno dell’intervento dei servizi sociali, che avrebbe scoperchiato la pentola.
“Ai servizi sociali sono andata anche io, ma perché ero preoccupata per lei non per me”, ha aggiunto l’imputata. Del caso si occupò personalmente l’allora assessora ai servizi sociali del comune di Viterbo.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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