Soriano nel Cimino – (sil.co.) – “Mi ha rubato il bancomat con la scusa dell’insalata ed è andata a fare shopping dal cinese”. Ultraottantenne di Soriano nel Cimino testimonia al processo contro la vicina di casa che ha l’età delle sue figlie e le nipoti chiamavano zia. L’imputata le avrebbe rubato il portafoglio col bancomat dopo averla invitata a casa con la scusa di regalarle l’insalata. Era maggio di cinque anni fa e la vittima, oggi 82enne, non l’ha perdonata.
L’imputata avrebbe prelevato il giorno stesso del furto mille euro con il bancomat dell’anziana e altri mille euro in contanti la mattina successiva. Usando la tessera anche per pagare il bollo della macchina, fare la spesa al supermercato e andare a fare shopping dal “cinese” di un centro commerciale di Viterbo, dove ha acquistato capi di abbigliamento per 235 euro, ripresa in volto dalle telecamere della videosorveglianza mentre pagava col bancomat dell’anziana.
Non contenta, a distanza di qualche giorno, è andata a fare il pieno di mangime per i suoi animali, spendendo circa 750 euro, prima di scoprire che la carta era stata bloccata. Per un totale di 3.161, 35 euro, compreso il mangime che alla fine ha dovuto pagare di tasca propria.
“Era il 15 maggio 2019, un giorno che pioveva. Sono entrata nel cancello della sua proprietà, lasciando l’auto aperta con la borsa dentro, e sono salita in casa per salutare suo padre mentre lei prendeva l’insalata”, ha spiegato l’anziana.
“Il giorno dopo, quando sono andata per pagare la colf, ho scoperto di non avere più il borsello, per cui sono andata dai carabinieri denunciandone lo smarrimento. Poi quando la banca, cui mi ero rivolta per bloccare la carta, mi ha segnalato operazioni anomale con il mio bancomat, ho presentato denuncia querela contro ignoti e i carabinieri sono risaliti a lei, una persona di famiglia, di cui mi fidavo ciecamente”, ha spiegato l’arzilla parte offesa al giudice Giovanna Camillo.
Perché no alla remissione di querela. “Il portafoglio – ha detto – mi era particolarmente caro perché era di mio fratello morto da poco, e lei lo ha buttato con tutti i documenti vicino alla ferrovia. Inoltre a distanza di quattro mesi, il 10 settembre, lei mi ha mandato un messaggio in cui non chiedeva scusa ma si giustificava, dicendo che il furto era stato una richiesta di aiuto, perché lei viveva da sola e il pomeriggio beveva vino per farsi coraggio, per cui era ubriaca. Se mi avesse chiesto davvero aiuto, visti i rapporti, non glielo avrei certo negato, ma rubare no. Il marito e non lei, infine, mi ha risarcita dopo sette mesi, facendomi un bonifico di cui ho saputo dalla banca, senza dirmi una parola, quando sarebbe bastato dirmi quattro cretinate e io ci avrei messo una pietra sopra”,
Il maresciallo Paolo Lonero, all’epoca comandante della stazione di Soriano e ora di Viterbo, ha ricostruito in aula l’attività investigativa.
“Nel pomeriggio del 15 maggio 2019 l’imputata ha fatto quattro prelievi da 250 euro ciascuno, a un minuto di distanza l’uno dall’altro, allo sportello di Bomarzo, dove è stata ripresa ma aveva il volto travisato dall’ombrello perché pioveva e la sua Peugeot bianca è stata immortalata senza la targa. Subito dopo però è andata all’Aci usando la carta per pagare il bollo guarda caso di una Peugeot bianca a lei intestata”, ha spiegato il militare.
“Il giorno successivo è invece andata di buonora allo sportello di Soriano, facendo due prelievi da 500 euro l’uno, quindi si è recata a Viterbo dove, in meno di un’ora, tra le 10 e le 10,50, ha speso 235 euro in abbigliamento presso un negozio ‘cinese’ di un centro commerciale sulla Cassia nord, dove il suo volto è stato ripreso benissimo mentre usava il bancomat rubato per pagare il conto”, ha sottolineato il comandante Lonero, spiegando i riscontri sfociati nell’identificazione certa dell’imputata quale responsabile del furto.
A giugno la sentenza.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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