Tuscania – (sil.co.) – Condannato il 21 giugno 2023 a due anni e tre mesi di reclusione in primo grado, da scontare in carcere non potendo beneficiare della sospensione condizionale della pena, un 43enne di Vetralla difeso dall’avvocato Vincenzo Petroni è stato assolto lunedì con formula piena dalla corte d’appello di Roma.
Per l’imputato si trattava del terzo processo e della seconda condanna. Sempre per “problemi” con la stessa donna. Più volte arrestato in precedenza, era stato già condannato a un anno di carcere per maltrattamenti in famiglia, sempre ai danni della moglie, che successivamente se lo era ripreso in casa.
Stavolta, secondo l’accusa, dopo che la presunta vittima si era decisa a lasciarlo definitivamente, nel 2021, avrebbe minacciato di ucciderla per la reversibilità.
Dopo la doccia fredda della condanna a 2 anni e 3 mesi di carcere, l’avvocato Petroni, convinto dell’innocenza del suo assistito, ha presentato ricorso in appello. L’udienza è stata fissata per l’11 novembre quando, a distanza di quasi un anno e mezzo, i giudici di secondo grado hanno completamente ribaltato la sentenza di primo grado, assolvendo l’imputato con la formula più ampia, ovvero “perché il fatto non sussiste”.
Nel 2017, il 43enne era stato invece assolto dall’accusa di percosse dopo che la stessa moglie, al secondo processo, ha giurato e spergiurato che si era trattato soltanto di uno schiaffo perché lei lo aveva morso, avendolo perdonato per l’ennesima volta e avendo ripreso a frequentare il marito, di nascosto dai carabinieri che dovevano controllarli, nonostante l’allontanamento.
Stavolta, come detto, secondo l’accusa avrebbe minacciato di uccidere la moglie per la reversibilità quando lei lo ha cacciato definitivamente di casa chiedendogli la separazione, non potendo però difendersi in tribunale, fornendo la propria versione dei fatti al processo, essendo stato ricoverato nel frattempo in una casa di cura.
Il tormentato matrimonio della coppia, celebrato il 19 settembre 2016, dopo un periodo di convivenza, è definitivamente naufragato a gennaio del 2021 quando la donna, tornata a casa dopo un ricovero in ospedale per una seria patologia, lo ha cacciato e non ha voluto più vederlo.
Lo ha denunciato il 18 maggio 2021. “Voleva tornare a casa a tutti i costi. Nonostante avessi cambiato la serratura, dovevo barricarmi dentro, con una cassapanca dietro la porta per paura che la sfondasse per entrare. Alla fine mi sono dovuta trasferire in un altro appartamento, cambiare le mie abitudini e gli orari per evitare che mi rintracciasse”, ha spiegato due anni fa in tribunale la parte offesa. “Non ne vuole sapere della separazione, anzi minaccia di uccidermi per prendersi la reversibilità. E dice anche che ammazzerà i miei familiari, mio fratello e mia madre”, ha sottolineato.
Secondo i giudici d’appello non c’era niente di vero. Il fatto non sussiste.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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