Viterbo – (sil.co.) – “Mi ha perfino fatto trovare feci umane nel giardino”. Perseguitata dal vicino di casa, una cinquantenne madre di due figli con cui vive in un quartiere nell’immediata periferia di Viterbo si è costituita parte civile con l’avvocato Simona Bellezza al processo con giudizio immediato in cui l’uomo, agli arresti domiciliari col braccialetto da oltre otto mesi, era imputato di stalking.
Ebbene ieri il giudice Jacopo Rocchi, sentiti i difensori Marco Valerio Mazzatosta e Luca Ragonesi, ha riqualificato il reato in molestie e condannato l’imputato a un mese di arresto e a un risarcimento di 1500 euro alla vittima. L’accusa aveva chiesto otto mesi di reclusione. Il giudice ha disposto l’immediata revoca della misura cautelare.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, lo scorso mese di ottobre, è stato lo sfalcio non richiesto dell’erba del giardino della vittima. “Tornando a casa, l’ho trovato che la stava tagliando, poi l’ha sistemata in tre grossi sacchi neri e ha cominciato a tormentarmi che la dovevo fare portare via. Un paio di giorni dopo, all’alba, mi ha inondato il telefonino di messaggi di insulti e ha sparpagliato tutta l’erba, che aveva tagliato di testa sua, sui pianerottoli dei tre appartamenti della palazzina”.
Il mese prima, a settembre dell’anno scorso, il vicino avrebbe defecato nel suo giardino. “Uscendo ho sentito la puzza e lì per lì ho pensato ai gatti, ma non potevano essere stati perché sono puliti e la coprono. Infatti erano feci umane, belle grosse. E sotto il condizionatore aveva buttato il fazzoletto sporco con cui si era pulito. Era ancora fuori, mi ha guardata ed è rientrato”, ha raccontato la donna.
L’erba è stato solo l’ultimo di una serie di episodi iniziati il 2 febbraio 2024: “Mi fece trovare due sacchi neri dell’immondizia pieni dei pannoloni sporchi di sua madre appoggiati in bella vista nottetempo sulla panchina del terrazzino della mia cucina. Non lanciati, ma proprio appoggiati, per dritto”.
Il 14 aprile dell’anno scorso è stata la volta del dito nella porta di casa. “Stavo discutendo con mio figlio quindicenne quando, uscendo, mi è rimasto il dito nella porta, con sangue dappertutto, tanto che poi sono dovuta andare in ospedale per i punti. Lui, che stava salendo, è entrato in casa col dire che dava una mano, ma si è permesso di dare la colpa a mio figlio, lo ha proprio messo all’angolo, mentre io stavo sdraiata a terra per il dolore, poi lo ha preso per il collo mentre gli diceva ‘guarda cosa hai fatto a tua madre’ e lui che poverino gli rispondeva ‘non l’ho fatto apposta’”.
Non un semplice vicino invadente, secondo la vittima, che ha cominciato a tenere le sue ingerenze: “Al punto da chiudermi a casa a chiave, cosa che non avevo mai fatto prima. Me lo trovavo appresso quando tornavo dal lavoro, dalla spesa o mi fermavo a prendere la pizza per cena. Se era al bar del quartiere, si alzava con la bottiglia di birra in mano e mi accompagnava”.
– Perseguitata dal vicino di casa: “Mi ha perfino fatto trovare feci umane nel giardino”
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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