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Viterbo - La testimonianza di un ristoratore 35enne vittima di estorsione

“Ho vissuto per mesi sotto minacce e richieste di denaro”

di Francesca Buzzi
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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo 

– Minacce, percosse e richieste incessanti di denaro.

E’ in questa situazione che avrebbe vissuto per un lungo periodo di tempo, dall’aprile al giugno del 2008, un ristoratore di Viterbo di 35 anni. Mesi difficilissimi che, come lui stesso ha raccontato ieri durante la sua testimonianza nell’aula del tribunale di Viterbo, ha tentato poi di cancellare in ogni modo dai ricordi, per ricominciare una nuova vita fuori da quell’incubo.

Alla sbarra per concorso in estorsione c’è una donna sulla cinquantina, A.D., unica imputata di un procedimento che inizialmente coinvolgeva anche sua figlia e il fidanzato che hanno patteggiato, e il suo compagno, condannato in primo grado a tre anni e mezzo e poi assolto in appello.

“Nel mio ristorante aveva lavorato da agosto a ottobre del 2007 la figlia di A.D. che dopo qualche tempo era anche diventata la mia fidanzata – spiega il 35enne ricostruendo i fatti -. Poi la nostra relazione è finita e non l’ho più vista per un po’ fino a quando si è ripresentata una sera, ad aprile del 2008 con un uomo, il suo attuale compagno, che mi chiede dei soldi”.

Denaro che secondo i due era ciò che mancava degli stipendi della ragazza, per il periodo in cui lavorava al ristorante.

“E’ possibile che mancasse qualche centinaio di euro – continua il ristoratore – anche se al momento non ricordo con precisione. Ho vissuto mesi d’inferno e ho tentato di cancellare il più possibile quel periodo. Di sicuro, però, ricordo che la ragazza aveva libero accesso alla cassa e che se le servivano dei soldi io glieli davo senza problemi, anche perché eravamo fidanzati. Che mancassero duemila euro, come mi è stato richiesto con quella visita inaspettata, lo escludo totalmente”.

Il primo incontro finì così, ma ne seguirono altri.

“Dopo una decina di giorni – prosegue il 35enne rivolgendosi al collegio dei giudici – sono tornati. E’ nato un battibecco che è poi degenerato: l’uomo mi ha colpito e io sono caduto a terra. In quell’occasione è finito tutto lì, ma in un altro episodio successivo è tornato a picchiarmi pesantemente, con la mia ex ragazza lì vicino, che guardava rimanendo indietro di pochi passi”.

A ogni incontro, oltre alle percosse, ci sarebbe stata anche una continua richiesta di denaro. E poi intimidazioni e minacce anche via telefono, con messaggi e chiamate.

“Quella sera subito dopo le botte ho sporto denuncia ai carabinieri e poi sono andato al pronto soccorso – continua -, ma il giorno successivo mi si sono presentati in casa, erano in tre: la mia ex con il fidanzato e il patrigno di lei (compagno dell’imputata A.D. ndr). Io ero dolorante, ma a loro non interessava. Mi hanno chiesto di nuovo i duemila euro e mi hanno anche fatto intravvedere una pistola…”

Il ristoratore intimorito dall’atteggiamento intimidatorio incessante decide, a questo punto, di trovare i soldi e consegnarglieli.

“Le consegne sono avvenute in tutto in tre o quattro tranches – ricorda il ristoratore – due volte delle quali i soldi mi sono stati fatti inserire in una busta bianca, con su scritto “Per Sheila”, da infilare nella cassetta delle lettere di un ufficio in via Gargana, a Viterbo”.

Proprio in quell’ufficio, è poi emerso dalle indagini successive, A.D. lavorava come donna delle pulizie.

La denuncia il 35enne l’ha sporta alla questura di Viterbo il 9 giugno del 2008, ma le minacce non erano ancora finite. Anzi, si sarebbero allargate anche ad altre persone.

“Un giorno – ricorda l’uomo – mia madre mi ha chiamato per dirmi di aver ricevuto due strane telefonate. A una di queste aveva risposto lei stessa, all’altra il suo compagno. Il contenuto era molto intimidatorio: gli si diceva che sarebbero stati uccisi se non fossero riusciti a ottenere quello che volevano da me. Io però tentai di non dargli troppo peso e dissi a mia madre che si trattava solo di uno scherzo. Non volevo farli preoccupare”.

L’incubo, non ancora terminato, è continuato però con l’aiuto dei poliziotti della squadra mobile di Viterbo, che dalla denuncia in poi hanno seguito passo dopo passo il ristoratore per tentare di portare alla luce i fatti ed, eventualmente, i responsabili.

L’udienza di ieri di fronte al collegio dei giudici, presidente Eugenio Turco, a latere Silvia Mattei e Rita Cialoni, si è conclusa con l’ascolto di un commissario della polizia di Viterbo che si occupò delle indagini sul caso. Il processo è stato aggiornato al 4 marzo 2014.

Francesca Buzzi


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2 ottobre, 2013

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