Viterbo – (sil.co.) – “Non avevo autorizzato la pubblicazione dell’articolo”. Si è difeso così, davanti al giudice Jacopo Rocchi, un giornalista in pensione di 74 anni, ex direttore responsabile di un sito nel frattempo chiuso, nell’ambito di un processo per diffamazione a mezzo stampa ai danni di un noto politico locale, in cui è imputato assieme a un cronista all’epoca ventenne. che a detta sua avrebbe tutta la colpa. Nell’articolo accostamenti con mafia viterbese.
Mafia viterbese – Teste mozzate di animali usate per intimidire le vittime
Il giovane cronista era appena ventenne quando, il 29 settembre 2020, uscì su un sito online nel frattempo chiuso un pezzo a sua firma in cui l’attività imprenditoriale della parte offesa veniva messa in relazione con uno degli imputati di mafia viterbese, già condannato all’epoca a oltre 7 anni di carcere, ipotizzando possibili pressioni in quanto suo dipendente.
Il politico si è costituito parte civile con l’avvocato Giovanni Labate, mentre gli imputati sono difesi dagli avvocati Bianchi e Remigio Sicilia. L’anziano direttore responsabile della testata – secondo quanto riferito durante l’interrogatorio – non avrebbe potuto esercitare la sua attività di controllo, nonostante la difesa del coimputato abbia riferito che sapesse dell’articolo dal giorno precedente.
“Ero a casa col Covid e stavo così male che non leggevo nemmeno i messaggi Whatsapp. Il collaboratore me ne aveva parlato, ma io gli avevo detto di verificare bene le fonti perché era una notizia scivolosa, pericolosa, da non pubblicare assolutamente. È stata pubblicata senza il mio via libera. Io l’ho saputo dopo, quando me la sono ritrovata sul sito”, ha insistito, scaricando la responsabilità sul ventenne, che non era nemmeno iscritto all’albo dei giornalisti e stava facendo pratica soltanto da qualche mese.
Il difensore di parte civile Giovanni Labate
“Era molto promettente, ma aveva il difetto del sensazionalismo, della ricerca dello scoop, del sentirsi più bravo degli altri. Per i suoi pezzi, mi sono ritrovato con 4-5 querele e altrettanti processi. In quel caso, gli dissi espressamente di tenere l’articolo fermo. Invece fu pubblicato e io lo seppi a cose fatte”, ha ribadito l’ex direttore.
Non la pensa allo stesso modo il difensore del giovane cronista che, come riferito dall’imputato durante il suo interrogatorio, ha detto al giudice che il responsabile del sito era stato abbondantemente informato già dal giorno precedente dell’articolo, tramite chat Whatsapp di cui ci sarebbe traccia, sulla quale avrebbe dato il suo consenso alla pubblicazione dopo avere preso atto del contenuto del pezzo. Il responsabile del sito ha ribadito: “Stavo male, non aprivo neanche il telefono”.
Discussione e sentenza a marzo.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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