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Tribunale - Movente dei pettegolezzi - Sono imputati di stalking e lesioni aggravate - Parti civili tre vittime

Aggrediscono famiglia al parco: moglie, marito e suocera a processo

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Luigi Mancini
Luigi Mancini

Viterbo – (sil.co.) – Un movente “passionale” dietro i litigi tra due famiglie viterbesi, al centro dell’udienza di ieri del processo a un 36enne e due donne di 41 e 68 anni, parenti tra loro,  imputati di stalking e lesioni aggravate in concorso. Sono difesi dall’avvocato Luigi Mancini, 

Tre le parti civili, pure imparentate tra loro, assistite dall’avvocato Daniele Saveri, che circa dal 2016 fino al 2019 sarebbero state picchiate, schiaffeggiate, prese a calci, coperte di insulti e  minacciate di morte pure tramite messaggi vocali e con un coltello in un parco nell’immediata periferia del capoluogo. 

Clou il pomeriggio del 17 giugno di sette anni fa al parco. Il processo è entrato nel vivo ieri davanti al giudice Jacopo Rocchi. Tutto sarebbe partito dal “chiacchiericcio” relativo a un presunto tradimento del compagno da parte di una delle imputate, madre e figlia.

Un bacio dato a un altro, che sarebbe finito al centro del gossip di quartiere, mandando su tutte le furie la coppia, che avrebbe avuto manforte dalla madre della donna nell’affrontare le presunte vittime, tra cui una nonna, davanti ai nipoti minorenni, due femmine e un maschio, con cui si trovavano ai giardinetti.

La 41enne presunta vittima dei pettegolezzi, inferocita, avrebbe detto a una delle persone offese, una delle quali finita al Santa Rosa con una prognosi di 5 giorni,  frasi tipo “Ti ammazzo puttana. Con te ci faccio l’asfalto e ci cammino sopra”. Il compagno 36enne avrebbe detto in una occasione “io non guardo in faccia se sei uomo, donna o bambino io vi ammazzo tutti”. 

Comportamenti persecutori reiterati sarebbero stati messi in atto  nei confronti di due sorelle, anche attraverso l’invio di plurimi messaggi telefonici tramite l’applicazione Whatsapp, consistiti in atti di grave minaccia ed offese, con espressioni del tipo: “non ti fà trovà in giro che t’ammazzo, sei una puttana, troia”, “dove t’acchiappo, t’ammazzo di botte”.

Una delle parti civili sarebbe stata colpita con un pugno al volto e con un calcio all’addome. Un’altra sarebbe stata colpita con due schiaffi e spintonata mentre teneva in braccio il figlio di pochi mesi. Il 36enne si sarebbe invece avvicinato mostrando di celare qualcosa in tasca, un coltello, dicendole “non te move…io non guardo in faccia se sei uomo, donna o bambino, io vi ammazzo tutti’.

Secondo l’accusa, le persone offese avrebbero tollerato per un tempo più che apprezzabile il sentimento di rivalsa, rancore e astio nei loro confronti, decidendosi solo alla fine a formalizzare le denunce nella speranza che i tre imputati potessero desistere dal rendersi protagonisti di simili comportamenti.

Le condotte degli indagati, sarebbero proseguite per anni, facendo sì che le vittime non si sentissero libere di frequentare i luoghi dove abitualmente giocavano figli e nipoti o di svolgere le abituali incombenze quotidiane come quella attinente al procurarsi i generi di prima necessità negli esercizi posti nella zona in cui vivono, a causa del sentimento di paura ed esposizione ad azioni violente immotivate e improvvise. 

A giugno discussione e sentenza. 


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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19 marzo, 2026

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