Vetralla – Market della droga in casa, la presunta “mente” scarica la colpa sugli inquilini. Si è difeso negando lo spaccio, dicendo di campare di rendita e scaricando la colpa sugli inquilini nigeriani il 42enne cresciuto in Italia da una famiglia adottiva, ma d’origine sudamericana, condannato un mese fa a quattro anni di reclusione in quanto considerato il capo della banda di pusher smantellata dai carabinieri che hanno arrestato sei persone a Vetralla, nell’ambito dell’operazione Nigeria scattata all’alba del 10 aprile 2025. Attualmente è agli arresti domiciliari.
Secondo l’accusa, il gruppo criminale, in un breve periodo, avrebbe realizzato un provento di oltre 200mila euro, frutto della vendita di alcuni chilogrammi di cocaina ed eroina, stoccata in un’abitazione del centro di proprietà del 42enne.
L’uomo è finito nuovamente a processo, assieme a un nigeriano di 31 anni, in seguito alle successive indagini, da cui è emerso che tra i luoghi dello spaccio c’erano anche il parcheggio di un supermercato di Vetralla, il monumento della Fontanasfera del Murialdo e via Carlo Cattaneo dove il pusher “di zona” spacciava in ciabatte.
Nei telefonini del 42enne e del suo presunto braccio destro, un 31enne nigeriano anche lui imputato nell’ulteriore procedimento, centinaia di contatti riconducibili allo spaccio, migliaia di chiamate e ben undicimila conversazioni chat: Whatsapp, Facebook, Instagram e TikTok.
Vetralla – Smantellato dai carabinieri market della droga
Il processo è ripreso mercoledì davanti al giudice Jacopo Rocchi per sentire ben 33 assuntori che avrebbero acquistato lo stupefacente dagli imputati, ma nonostante fossero tutti presenti il tribunale, col consenso del pm Michele Adragna e dei difensori degli imputati, ha deciso di acquisire i verbali delle sommarie informazioni rese alla polizia giudiziaria, considerati sufficienti a chiarire se si sia trattato di “piccolo spaccio” oppure sia da confermare la contestazione dell’ingente quantitativo.
Il nigeriano, in collegamento video dal carcere di Brescia, ha detto di voler rilasciare spontanee dichiarazioni, chiedendo l’ausilio di un interprete, per cui sarà sentito alla prossima udienza.È stato invece sottoposto a esame il 42enne italiano.che ha negato lo spaccio, dicendosi assuntore.
“Ero in comunità e quando sono uscito le case della mia famiglia erano già state affittate a dei nigeriani. Io vivo nelle locazioni, tra cui un fondo commerciale, e possiedo anche diversi terreni. Non sono sposato e non ho figli. A volte mi è capitato di consumare stupefacenti in gruppo, perché non sono uscito del tutto dalla dipendenza, ma non ho mai ceduto droga per soldi”, ha riferito l’imputato, difeso dagli avvocati Luca Ragonesi e Marco Valerio Mazzatosta.
Relativamente al suo cellulare, ha dato la colpa al coimputato: “Sono arrivati a me perché lui, che era un mio inquilino, si è collegato a internet dal mio smartphone e ha usato la tessera sanitaria di mio padre”. Secondo l’accusa, il 31enne era invece il suo braccio destro nella gestione di una fiorente attività di spaccio.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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