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Viterbo - Intervento di Italo Leali dopo la morte della giovane madre, Benedetta Marino, trovata all’ex consorzio agrario: “Il disagio giovanile è una ferita che attraversa la nostra provincia”

Riportiamo i ragazzi al centro della comunità…

di Italo Leali
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Viterbo – Ho preferito attendere che il doveroso tempo del lutto compisse il suo corso prima di intervenire sui drammatici fatti avvenuti all’ex consorzio agrario di Viterbo. Non intendo soffermarmi sulla memoria della giovane madre scomparsa, Benedetta Marino, — spetterà alla magistratura fare piena luce sulle responsabilità —, ma desidero cogliere l’occasione per aprire una profonda riflessione su quel luogo e sul suo significato.

Parlano in me il sentimento e l’apprensione di un padre di una ragazza adolescente. Ciò che sto per esprimere non ha la pretesa di essere una verità assoluta, bensì un semplice stimolo che mi auguro possa innescare un dibattito tra chi ricopre ruoli istituzionali di primo piano.

Italo Leali

Italo Leali


Nelle comunità che compongono la nostra provincia sembra esserci ormai un unico denominatore comune: il disagio giovanile. Il segno più evidente di questa ferita risiede nei nuovi luoghi di aggregazione delle giovani generazioni. Se fino a qualche anno fa i centri storici rappresentavano il cuore pulsante del ritrovo dei ragazzi, oggi a sostituirli sono gli immobili abbandonati, come l’ex consorzio agrario, o i parcheggi di periferia. Si tratta di spazi isolati in cui dare libero sfogo agli istinti di gruppo, sempre più spesso segnati da atti di inciviltà, vandalismo, bullismo e da una crescente insensibilità verso il prossimo.

Credo fermamente che questo fenomeno sia strettamente legato all’ambiente circostante. La mia generazione è cresciuta immersa nella bellezza dei centri storici, dove l’intergenerazionalità esercitava una funzione spontaneamente educativa. C’era sempre un adulto o un ragazzo appena più grande pronto a richiamarci all’ordine, a farci vergognare di una bravata o a correggere un comportamento sbagliato. Siamo cresciuti con la bellezza attorno a noi e con una società intera a farci da maestra.

Oggi quel modello è infranto. Basta passeggiare nel centro o frequentare i bar — un tempo luoghi di ritrovo per antonomasia — per rendersi conto di quanti pochi giovani vi siano rimasti. La vera causa della desertificazione dei centri storici è proprio questa assenza: provate a chiudere gli occhi e a ricordare come il corso di Viterbo, così come le vie di tanti altri comuni della provincia e d’Italia, fosse un tempo reso vivo dalla loro presenza.

Tuttavia, i primi colpevoli di questo svuotamento siamo proprio noi. Ci siamo mai chiesti dove fossero finiti i nostri ragazzi? Abbiamo fatto qualcosa per comprendere i motivi del loro isolamento? Oggi è fin troppo facile scaricare ogni responsabilità sui telefoni, sui social network o sulla scuola. Ma chi è che riempie quelle piattaforme di contenuti edonistici? E chi ha impoverito l’autorità dell’istituzione scolastica? Noi genitori.

Come scriveva Arrigo Boito, questi ragazzi sono “figli di padri ammalati”. Giustificando ogni loro errore e difendendoli a prescindere, abbiamo sottratto valore al ruolo educativo degli insegnanti e della società civile. Non tollero più le frasi di chi liquida il problema dicendo che “anche noi da giovani facevamo lo stesso”. Non è la verità: noi non distruggevamo i giochi dei bambini nei parchi, non danneggiavamo le auto in sosta, non lanciavamo bottiglie di vetro per strada e, soprattutto, non rispondevamo con arroganza all’adulto che ci riprendeva, perché sapevamo che a casa la famiglia non ci avrebbe difeso, ma avrebbe rincarato la dose.

Insieme ai genitori, una grave responsabilità ricade sulle istituzioni. Non siamo stati in grado di offrire agli adolescenti spazi adeguati né opportunità concrete, lasciandoli dimenticati nei parcheggi, in balia di sé stessi e della criminalità. Eppure, se estratti dalle dinamiche deleterie del branco e messi nelle condizioni di esprimersi, i ragazzi sanno stupirci.

Benedetta Marino

Benedetta Marino


Quella stessa tecnologia che spesso condanniamo viene da loro utilizzata per scopi ben più nobili della semplice vanità, a patto che qualcuno sia disposto a guidarli. Spetta a noi riportarli al centro della comunità, perché dalla loro valorizzazione abbiamo solo da guadagnare.

A me viene chiesto spesso come io riesca a portare avanti un’iniziativa come il Tuscia in Jazz for Sla nelle mie attuali condizioni di salute. La risposta è estremamente semplice: mi affido a quattro ragazzi di 21, 23, 25 e 28 anni. Ho dato loro piena fiducia e carta bianca nei rispettivi ruoli, inserendoli in un gruppo di lavoro composto da persone di 40, 50 e persino 80 anni.

Dove ho trovato questi giovani così preparati e laureati? Li ho trovati proprio sui social, e oggi vengono regolarmente retribuiti per il lavoro che svolgono. Ridare spazio e valore ai giovani non è un’utopia, è una scelta che abbiamo il dovere di compiere. 

Italo Leali


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30 agosto, 2026

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