Viterbo – (sil.co.) – Oltre mezzo milione per 4 appartamenti-truffa, no al risarcimento: “Credito strumentale al clan”. Bocciata dalla cassazione la richiesta di una presunta vittima viterbese, una donna di 69 anni che ha fatto acquisti all’ex baraccopoli di Villaggio Aldisio, a Messina.
Messina
Nessun credito da recuperare e nessuna ammissione allo stato passivo per la donna di Viterbo che ha versato ben 562mila euro per l’acquisto in blocco di quattro appartamenti ancora da costruire nel rione periferico di Villaggio Aldisio. Lo ha stabilito la prima sezione penale della corte di cassazione, che lo scorso 29 maggio ha definitivamente rigettato il ricorso della 60enne contro il decreto del gip di Messina dello scorso 19 dicembre, confermando che il denaro sborsato è rimasto travolto dalla confisca penale a carico di una società.
Al centro della vicenda il complesso edilizio finanziato dai capitali illeciti riconducibili a Vincenzo Romeo, figura di vertice della mafia messinese e legato al clan catanese dei Santapaola. Secondo i giudici, il progetto immobiliare, apparentemente gestito da società operanti sul libero mercato, era in realtà coordinato di fatto da Romeo attraverso l’ausilio di prestanome e intermediari.
La difesa della viterbese ha sostenuto fino all’ultimo la piena trasparenza dei pagamenti — tutti tracciabili — e la totale estraneità della donna ai contesti criminali locali, invocando la buona fede e sostenendo di essere stata rassicurata, all’epoca, dal coinvolgimento di un noto studio legale messinese.
Tuttavia, gli ermellini hanno confermato – come si legge nelle motivazioni pubblicate l’11 agosto – la ricostruzione del giudice per le indagini preliminari: la condotta dell’acquirente è stata ritenuta talmente incauta da escludere ogni incolpevole affidamento. A pesare sulla decisione finale sono state le vistose anomalie dell’operazione economica:
A partire dalla dalla dazione anticipata di un versamento di 250mila euro avvenuto prima ancora della stipula dei contratti preliminari. Poi le carenze contrattuali, come i compromessi privi persino degli estremi della concessione edilizia, della data di inizio lavori e forniti senza alcuna garanzia fideiussoria. E ancora, la scelta dell’investimento: il saldo integrale e anticipato per immobili ubicati in una zona periferica e degradata, destinati all’edilizia popolare, effettuato da un privato residente a centinaia di chilometri di distanza. Non ultimo, la mancata diligenza: l’assenza di controlli sull’andamento dei cantieri, accorgendosi soltanto dopo tre anni che le strutture versavano ancora allo stato rustico.
Per la suprema corte, il nesso di strumentalità tra le somme versate e il rafforzamento delle attività del sodalizio mafioso è stato provato in modo lineare. Non si è trattato di un’estensione arbitraria della confisca, bensì del rigetto di un credito nato da un’operazione condotta al di fuori dei parametri di ordinaria prudenza e diligenza.
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