Viterbo – (sil.co.) – A luglio di due anni fa avrebbe mostrato alla ex una cartuccia, minacciando di morte la donna e il suo nuovo compagno: “Questa è per lui, ma non preoccuparti c’è anche per te”.
Non un episodio isolato, tanto che l’uomo, un sessantenne residente in un centro della Teverina, è finito a processo per stalking col giudizio immediato davanti al giudice Ilaria Inghilleri, che giovedì lo ha assolto nonostante l’accusa avesse chiesto un anno e mezzo di reclusione.
L’imputato, difeso dagli avvocati Marco Valerio Mazzatosta e Luca Ragonesi, è stato denunciato dalla presunta vittima, una 53enne, il 25 ottobre 2024 e sottoposto alla misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
Secondo l’accusa, il sessantenne aveva ripetutamente molestato e minacciato la vittima, ingenerandole un perdurante stato d’ansia e di paura, tale da costringerla a modificare le proprie abitudini di vita e a temere per la propria incolumità.
Durante il processo sono stati ricostruiti in aula diversi presunti episodi di violenza e intimidazione avvenuti tra le mura domestiche e nei luoghi frequentati dalla donna che, in un’occasione, l’imputato avrebbe afferrato per il braccio spingendola violentemente verso la porta d’ingresso.
Nel corso del 2023, mentre la presunta vittima effettuava le pulizie all’interno di un’attività commerciale, l’avrebbe afferrata al collo spingendola contro il muro. Risale invece al luglio 2024 la minaccia con la cartuccia. Il 15 settembre dello stesso anno si sarebbero verificati ulteriori atti persecutori, culminati in strattonamenti e ingiurie legate al suo abbigliamento e alla sfera personale.
A distanza di due anni dalla denuncia e dalla misura cautelare, come detto, nonostante la richiesta di condanna a un anno e mezzo di carcere, il giudice, sentita la difesa, ha assolto l’imputato.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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