Viterbo – Chiuso un processo se ne apre un altro. Ma questo è decisamente più leggero (e meno pruriginoso) del caso Ruby.
Silvio Berlusconi sarà giudicato a Viterbo per la diffamazione ai danni di Antonio Di Pietro.
Dopo un lungo stop, dovuto alla trasmissione degli atti alla Corte costituzionale, la Consulta ha deciso: “non spettava alla Camera dei deputati affermare che le dichiarazioni rese dall’onorevole Silvio Berlusconi costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni”. Tanto si legge sulla sentenza emessa il 9 luglio e depositata ieri, mentre il Cavaliere era alle prese con l’assoluzione dal Rubygate.
I giudici costituzionali hanno annullato la delibera del 22 settembre 2010 con cui la Camera riteneva Berlusconi intoccabile, perché parlando in qualità di parlamentare, beneficiava dell’immunità.
Le frasi incriminate sono del 26 marzo 2008: durante un comizio a Viterbo, al Palamalè, l’ex premier disse che “Di Pietro si è laureato grazie ai Servizi, perché non è possibile che l’abbia preso uno che parla così l’italiano”. In quella stessa occasione, il Cavaliere aveva definito l’ex toga “il peggio del peggio”, proprio in virtù dei suoi trascorsi di magistrato. Offese ripetute in modo identico al salotto di “Porta a Porta”, nella puntata del 10 aprile 2008.
Di Pietro ha denunciato l’ex premier in entrambi i casi. Da qui, la storia infinita del processo per diffamazione a Viterbo (oltre al processo civile a Roma), tarpato prima dalla delibera della Camera che riconosceva al Cavaliere l’immunità, poi dalla sentenza del giudice di pace di Viterbo, secondo cui Berlusconi non era punibile per gli stessi motivi.
Il pm Paola Conti, sollecitata dall’avvocato di Di Pietro Maria Raffaella Talotta, ha vinto il ricorso in Cassazione. Ma dal tribunale gli atti sono stati spediti alla Consulta per decidere del conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato: da un lato il potere legislativo della Camera, dall’altro quello giudiziario della magistratura. Con il presupposto che il primo abbia invaso il secondo, provocando “una compressione della sfera di attribuzioni della magistratura”.
Per la Corte costituzionale è andata esattamente così: le frasi di Berlusconi non rientrerebbero nell'”attività tipica del parlamentare”, né sarebbero “ricollegabili all’esercizio di funzioni parlamentari”. La delibera della Camera è annullata. Significa che per Berlusconi potrebbe presto essere fissata l’udienza a Viterbo.
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