Fabrica di Roma – “Sentiva come le mani legate per quell’aggressione di tanti anni fa. Vedeva la prescrizione vicinissima e non si rassegnava”.
Stefano Di Meo, ex assessore provinciale, parla da padre che si aggrappa ai ricordi del figlio per tenerlo stretto. Il suo Giovanni non tornerà più. Se n’è andato scegliendo di morire due giorni fa in macchina, tra una nuvola di gas tossici.
Nell’estate 2007, Giovanni era stato picchiato all’uscita da una discoteca. Non per questo, probabilmente, si è tolto la vita lunedì nel silenzio della sua auto. Ma quell’esperienza lontana otto anni lo aveva segnato profondamente fino a schiacciarlo insieme ad altre traversie della vita.
Preso per le spalle e sbattuto contro una colonna. Spaccati il setto nasale e la mandibola. I suoi presunti aggressori iniziali sono stati tutti assolti, mentre il nuovo processo a un buttafuori additato come il responsabile di quei 40 giorni di prognosi è miseramente prescritto.
La prossima udienza sarebbe stata ad aprile, ma ormai non c’era più tempo. Giovanni sapeva che non avrebbe avuto nessuna giustizia. Ma non è facile, da pestato a sangue, accettare di vedere impunito il proprio aggressore. Soprattutto per uno come lui che non sopportava le ingiustizie in generale.
“Ci si ammalava per questa storia. Si sentiva impotente. Preso in giro”.
Non se ne faceva una ragione, proprio come oggi la sua famiglia non si capacita che Giovanni abbia potuto andarsene così. Senza chiedere aiuto. A venti giorni dalla nascita del nipotino e due giorni dopo il compleanno del padre.
“Ha fatto in tempo a darmi il suo regalo, abbracciarmi e dirmi ‘Ti voglio bene, papà’ – ricorda Di Meo, con un nodo in gola -. In un certo senso è come se avesse voluto aspettarmi”.
Un figlio che muore a 27 anni e un padre che non ci crede.
Giovanni non torna a casa la notte del 2 febbraio. Non c’è alle 5 del mattino, quando i genitori si svegliano e controllano. Non c’è alle 7. Sporgono denuncia subito, perché capiscono che qualcosa non va.
“Non era da lui passare la notte fuori. L’ansia si è impadronita di me quando ho visto che non tornava”. Di Meo e la moglie Maria D’Alessandro lo cercano per ore in tutti i posti che Giovanni frequentava. Luoghi del cuore e della routine: dove usciva, dove andava a correre. Non pensano a quel noccioleto in località Quartaccio, l’ultimo posto che Giovanni vedrà.
La notizia della sua morte arriva a cavallo di uno sguardo. “Ho capito tutto guardando i carabinieri negli occhi – racconta straziato il padre -. Non c’era bisogno di parlare, ma gliel’ho chiesto comunque. ‘Giovanni è morto, vero?’. ‘Sì’, mi sono sentito dire, ma lo immaginavo da quando ho visto la loro macchina davanti al cancello”.
Sul suo profilo Facebook c’erano quelle parole arrabbiate. Stralci di una canzone del rapper Inoki: “Potete prendervi il mio cash, la mia libertà, la mia casa, la mia vita, la mia identità, potete darmi anche un lavoro o risolvere i miei guai, giuro sulla pelle, non mi avrete mai”. Un indizio, forse, insieme all’immagine di quel fiore nato nell’asfalto pubblicato pochi giorni fa. Come una speranza soffocata. “La verità è che Giovanni mi ha fregato – continua il padre -. Non mi ha fatto capire cosa gli stava succedendo. E io non mi capacito”. I funerali di Giovanni oggi, alle 15, alla chiesa di Parco Falisco (Fabrica di Roma).
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