Civita Castellana – Raccontò ai carabinieri di essere stata spinta sulla strada dal compagno e picchiata fino a svenire. Più volte cercò di scappare. Più volte finì al pronto soccorso.
Le sue 50 euro a prestazione sessuale le intascava l’ex convivente, finito a processo per induzione alla prostituzione.
Sei anni dopo, black out totale. Seduta sulla sua sedia, davanti ai giudici, Alina (nome di fantasia) si trincera dietro a una cortina di “Non ricordo”. La sua testimonianza di parte offesa, decisiva per inchiodare l’ex, diventa di colpo carta straccia, perché la ragazza non vuole saperne di parlare. Quel poco che ha detto ieri, le è stato letteralmente cavato di bocca dal pm Stefano D’Arma, domanda dopo domanda.
Non sembra il silenzio doloroso di chi ha subìto un trauma. Né il timore di chi è sotto ricatto. E non è il pubblico in aula a bloccarla. Né ipotetici rapporti con l’imputato, che non vede e non sente da anni.
Alina sbuffa. Si annoia. Vorrebbe stare dappertutto tranne dov’è. E non fa niente per nasconderlo.
Non vede l’ora di lasciare il palazzo di giustizia, dopo che farcela arrivare era stata un’impresa titanica: il tribunale era stato costretto a disporre l’accompagnamento coattivo dopo una lunga serie di assenze e solleciti rimasti senza risposta. I carabinieri sono dovuti andarla a prendere a casa per permettere ai giudici di raccogliere la sua testimonianza. Fatica doppiamente inutile, perché si è fatta portare in tribunale da due amici per poi non confermare una parola di quanto detto in caserma anni fa.
“E’ passato troppo tempo, non posso ricordare”. Eppure è giovanissima.
Lavoro, nessuno: “Mi faccio mantenere”, ammette candidamente. Non soffre di vuoti di memoria, né di disturbi psichici; le viene chiesto anche questo, nel dubbio. Perché tutto quello che raccontò ai carabinieri è davvero difficile da cancellare.
Alina disse che aveva sentito il compagno venderla a tre uomini. Concordava il prezzo. Il suo prezzo.
Una convivenza fatta di liti e fughe continue. Scappava di casa un giorno sì e quell’altro pure e lui, puntualmente, la raggiungeva e la picchiava. Poi, c’era la strada. L’Aurelia o la Flaminia.
E’ sua la firma sui verbali dei carabinieri dove racconta, una a una, le sue angherie. Scariche di pugni e schiaffi e valanghe di certificati medici che adesso, magicamente, non ricorda più.
“Tanto è inutile che continua a farmi domande, perché non ricordo niente e non potete farci niente”, dice, sfrontata, al pm. E in tono di sfida al presidente del collegio: “Abbiamo finito?”. Lui la avvisa delle conseguenze: “Sarà processata per falsa testimonianza. Rischia da due a sei anni”. Prima che finisca di dirglielo, Alina ha già sceso le scale. Spalle alla corte e un “Sì, sì” a mezza bocca, imboccando l’uscita con i due amici che la scortano.
Il motivo delle liti con l’ex lo spiega il testimone che arriva dopo di lei e che, dopo una delle tante discussioni col compagno, l’aveva ospitata nel casottino in legno del suo vivaio sulla Flaminia. Casottino che, a Civita, era diventato famoso. “Alina ci si prostituiva – dice il padrone del vivaio -. A volte ce la portava il compagno. Altre no. Ma a lei fare quel lavoro piaceva e si lamentava perché lui si prendeva tutti i suoi soldi”.
Il processo all’ex continua a novembre.
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