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Viterbo - Rossella De Paola e Rosalinda Bucciarelli replicano alle affermazioni di Serra e Mancinelli

“Scuola, un politico non può ignorare la Costituzione”

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Rossella De Paola

Rossella De Paola

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Un uomo che faccia il capogruppo di un partito politico, di qualunque schieramento, in Italia, non può permettersi di ignorare la Costituzione se quest’uomo poi è un professionista stimato, quindi un intellettuale e la ignora, bè si potrebbe anche pensar male…

Nel merito delle esternazioni sulla scuola, pubblicate su Tusciaweb, firmate da Serra e Mancinelli, è necessario argomentare dichiarazione per dichiarazione.

“Da decenni ogni avvio di anno scolastico ha coinciso con un titolo sicuro di giornale per ogni scuola, ogni provincia, per tutto il paese all’insegna di edifici impraticabili, alunni abbandonati, professori mancanti, supporti didattici superati ed insufficienti. Un illimitato campionario di doglianze e anomalie. Da un anno la scuola ha ripreso centralità nell’azione di governo; per Renzi la scuola è stata preoccupazione principale. Immediatamente dall’insediamento del Governo con gli interventi di quattro miliardi sull’edilizia scolastica e poi con la campagna di ascolto e confronto la Buona Scuola che ha portato alla presentazione di un disegno di legge”.

“Decenni”, non vuol dire nulla: il declino della scuola statale, è incominciato con la legge sull’autonomia scolastica, il Dpr 275/1999 ( Governo di centrosinistra…). L’autonomia scolastica è diventata pian piano “autogestione della miseria”, come ben sa, chi è stato e continua ad essere membro di un consiglio d’istituto.

Faccio solo un esempio: all’epoca, la piccola manutenzione, passò dalla competenza degli enti locali, province, per le scuole superiori, comuni per le scuole elementari e materne, in capo alle scuole, peccato che i fondi assegnati alle istituzioni scolastiche autonome, fossero veramente irrisori e si sono estinti con il tempo. Meraviglia che il capogruppo di un partito politico in seno al consiglio comunale di una città capoluogo di provincia, non lo sappia, così come meraviglia che non sappia o finga di non sapere che non c’ è stato nessun finanziamento per l’edilizia scolastica da parte del governo Renzi, se non quelli, assolutamente insufficienti, volti a sanare soltanto le emergenze strutturali, peraltro stanziati dai precedenti governi.

Uno sperpero di denaro invece risulta essere il progetto tutto renziano “Scuole belle”, una gigantesca, costosa operazione di facciata. Secondo tale progetto, i lavori di piccola manutenzione, vengono dati in appalto, con una magnifica invadente sinergia Miur/Enti locali, escludendo le singole istituzioni scolastiche, che possono soltanto subirli, a ditte di Lsu, ossia lavoratori socialmente utili.

Poiché ad eseguire i lavori di piccola manutenzione sono appunto ditte non edili, i lavoratori socialmente utili possono occuparsi: di ritinteggiare le aule, senza però l’ausilio delle scale, cambiare i rubinetti, cambiare lampadine.

E’ noto il caso di una scuola romana, per segnalazione dello stesso, dirigente e di cui è disponibile il video, nella quale per ritinteggiare quattro aule e cambiare qualche rubinetto , è stata spesa la cifra di 14.000 euro.

Ecco come spendere quattro miliardi nell’ edilizia scolastica. La matematica non è un’ opinione e chi fa parte del governo di una città i conti, anche soltanto quelli della serva, dovrebbe saperseli fare.

Si sostiene che al centro delle preoccupazioni del governo ci sia stata la scuola: per 10.000 scuole italiane, (conto approssimativo fatto solo sulle sedi di organico e non sui plessi) tutte , fatiscenti dove la sicurezza è un optional, ci vuole coraggio di asserire che 4 miliardi di euro siano un” investimento massiccio”. Quale pallottoliere è stato usato per contare?

Senza dimenticare che nel 2008 (durante il regno della Gelmini) sono stati tagliati 8,5 miliardi, e che sono stati tagliati 140.000 posti: queste risorse non sono più state recuperate né lo saranno.

Il Fis sarà tagliato ancora del 25%; 118 milioni saranno risparmiati licenziando 2020 Ata; 8 milioni verranno tagliati cancellando i coordinatori dei progetti sportivi; 400 milioni circa verranno tagliati negando l’esonero ai vicepresidi.

Insomma: sono soldi della scuola quelli che vengono “sparati” come “investimenti”. Ma un investimento reale c’è: nella scuola privata. Fiumi di soldi a cui si aggiungeranno le detrazioni fiscali per un valore di circa 60 milioni di euro. E vogliamo parlare del 5 per mille? In pratica la scuola statale da istituzione diventa una associazione di volontariato, creando un sistema diseguale ed iniquo di scuole distinto per fasce di reddito.

Tralascio per pura pietas “mariana” (siamo nel mese di maggio) l’incauta citazione circa la consultazione on line. Una Riforma della Scuola si fa avendo in mente la Costituzione e la Pedagogia, non la “filosofia svilita” della customer satisfaction: quella consultazione è stata davvero un flop clamoroso, per ammissione dello stesso Governo, mentre le 200 mozioni contro, emanate dai collegi docenti, compreso quello della moglie del premier, non sono state accolte né lette; anzi: i docenti che il 14 novembre scorso sono andati a consegnarle al Miur (testimonianza diretta), hanno trovato poliziotti in assetto antisommossa a riceverli.

A proposito di ascolto! E, di grazia: perché non si è dato “ascolto” alla Lip? La legge di iniziativa popolare per una Buona scuola della Repubblica, sostenuta da 100.000 firme ed elaborata in modo realmente partecipato ed aperto. Troppo democratica? Troppo rispettosa della Costituzione?

E vengo ad altre amenità gigionesche contenute nel florilegio in questione.

“Un ddl che chiude con lustri di precariato, che prevede l’assunzione di centomila docenti, per eliminare una volta per tutte la precarietà occupazionale, ma soprattutto didattica, delle supplenze e coprire tutte le necessità”.

Facendo una semplice analisi del testo, stupisce una cosa: viene utilizzata la parola “lustri”, esattamente la stessa che Don Circostanza, avvocato crapulone e opportunista, utilizza per perpetrare l’ imbroglio dell’ acqua ai danni dei fontamaresi. Immagino sia noto Silone. E’ vero il mondo della scuola è un mondo di precari, creato ad arte con responsabilità alle quali nemmeno il partito di governo può sottrarsi, anche se il ddl sembra un modo per farlo.

E di certo non il signore della Leopolda, non la signora 0,7%, si sono preoccupati della sorte dei precari, ma sono stati gli stessi precari ad occuparsi di sé stessi e ad ottenere ben due sentenze dalla Corte di Giustizia Europea che ne impongono la stabilizzazione. La Corte di Giustizia impone la stabilizzazione di 150.000 precari che abbiano svolto 36 mesi di servizio nelle istituzioni scolastiche, pena la messa in mora dell’ Italia.

Il capo di partito nonché capo dell’ Esecutivo, a Bologna, ha pronunciato la cifra di 100.000, ma la signora 0,7% parlava nei giorni scorsi di 50.000. Si può affermare, senza tema di smentite, che per coprire il fabbisogno di cattedre vacanti ce ne vorrebbero 250.000. Nel comunicato si parla di precarietà occupazionale risolta ma gli scriventi hanno letto il ddl? Hanno fatto un esame congiunto del ddl , le leggi di stabilità e il documento di programmazione economica e finanziaria?

Sorge qualche dubbio. Dunque il Disegno di legge agli articoli: 8, 10, 12 parla dei precari. Inutile dirle che l’ articolo 12 fa espressamente divieto alle istituzioni scolastiche di stipulare contratti a tempo determinato, ai precari, non assunti che però abbiano più di 36 mesi di servizio. Un bellissimo modo per mandare al diavolo la precarietà! Chi è dentro è dentro… chi è rimasto fuori soprattutto per quelli in “zona Cesarini”, cartellino rosso! Infatti come viene proclamato: “elimina una volta per tutte il problema della precarietà” con il metodo “Soluzione Finale”. Veniamo a quelli che saranno assunti e che entreranno a far parte dell’ organico dell’autonomia per l’arricchimento dell’ offerta formativa, a rischio anche di demansionamento.

Un problemino piccolo piccolo: anche se assumessero i centomila (la copertura finanziaria ci rivela invece che bisognerebbe attestarsi su appena appena, quarantamila unità) c’ è un ostacolo: la legge di stabilità del Dicembre 2014, in virtù della quale saranno abolite, oltre alle supplenze brevi, anche gli esoneri ed i semiesoneri per i vicepresidi . Chi pensa alla scuola vera, sa bene che avere dei vicepresidi esonerati è diventata una necessità per scuole dimensionate oramai intorno ai mille alunni (se basta!). I presidi/sindaci/nominati potranno concedere gli esoneri attingendo all’organico dell’autonomia; esonereranno il collaboratore vicario e al suo posto assumeranno per tre anni un precario che è entrato nell’albo territoriale.

Dunque mettendo sul piatto della bilancia il turn over 30 .000 insegnanti che andranno in pensione, le cattedre vacanti , facciamo un conto approssimativo al ribasso e diciamo che, risparmiando all’ osso, altre 30.000, tenendo conto degli esoneri, 10.000, uno per ogni istituzione scolastica, quale sarebbe la straordinarietà del “Piano di Assunzioni”? Trentamila unità? Meglio ribadire: la matematica non è un opinione e qui sono stati fatti soltanto i conti della serva. Che faranno questi trentamila? Le supplenze. Geniale non c’è che dire!

Ecco dunque “L’operazione di enorme ampiezza e che tira una riga definitiva a procedure bizantine, che hanno alimentato caos ed incertezze nella vita delle scuole, delle famiglie, degli studenti e certo dei docenti coinvolti”.

Ecco che: “Si inaugura la via maestra del concorso come risposta alle esigenze di percorsi formativi individuati e qualificati “

Con quali conti alla mano lo si possa affermare non è dato sapere.

“Quindi certo scuole dove l’autonomia ha un senso nel misurarsi con questi obiettivi, dove il dirigente non può essere esecutore e/o risolutore di circolari e beghe burocratiche, ma organizzatore di un complesso funzionale a rendere un servizio formativo agli individui ed alle comunità di qualità, e che su questo viene anch’esso valutato.

E’ vero o no che giustamente tante famiglie avvertite vanno preoccupandosi, al momento di selezionare l’istituto o la classe in cui iscrivere i propri figli, non guardando solo alla vicinanza o alla comodità ma spesso alla attribuzione di qualità, diffusa da un passaparola informale, e per questo ricorrono ad ogni argomento per raggiungere l’obiettivo.

Perché rifiutarsi di dare trasparenza , dignità, riconoscimento al fattore merito, diversità, autonomia in questo settore. Perché negare ipocritamente questa realtà e non farne invece strumento e metodo di confronto e crescita comune, premiando e socializzando l’eccellenza, sottraendola al previlegio della sorte o della raccomandazione e ponendola come asticella e garanzia per tutti?”

Questo pomposo ragionamento sul merito, è viziato nell’ impostazione. Non dice che cosa sia il merito, parla di trasparenza e dignità del merito, senza spiegare assolutamente nulla.

Come si valuta la capacità di insegnare, visto che i contesti sono diversissimi e le strategie da usare pure? Insegnare non è dare un pacchetto di dati da digerire in un’unità di tempo, né “somministrare” insulsi quiz come i test Invalsi! (altro carrozzone inutile e fallimentare che ci costa decine di milioni di euro).

Inoltre, viene trascurato completamente il fatto che il diritto allo studio sia un diritto indisponibile ed inalienabile: chi fa l’ insegnante deve rispondere in termini di prescrittività a quel diritto, che è un diritto dell’ individuo e non un aspettativa di altri. Ricordo gli articoli 1, 3, 33. 34 della Costituzione.

Il diritto di ogni cittadino della Repubblica alla rimozione degli ostacoli, di ordine economico sociale, culturale che gli impedirebbero la partecipazione, alla vita economica, sociale, politica, culturale del paese si esercita in una scuola organo istituzionale e non servizio. Questo richiede che tutti gli insegnanti siano “meritevoli”. Una banalità: se in due classi parallele ci fossero due insegnanti bravi, ma uno, secondo questi parametri, un po’ più bravo dell’ altro, questo significherebbe che gli alunni del meno bravo vedrebbero il loro diritto un po’ meno soddisfatto?

La questione del merito degli insegnanti è più complessa di quanto il premier non voglia far apparire. Ed è una questione nella quale non va trascurata in nessun modo la libertà d’insegnamento, che esiste costituzionalmente proprio a garanzia del diritto allo studio e all’apprendimento critico, laico, plurale.

E’ vero il preside non può essere un esecutore di ordini, ma nemmeno l’insegnante può esserlo. Anzi a maggior ragione l’insegnante deve essere terzo, al riparo dalle imposizioni “libro e moschetto” e dalle richieste, non sempre sane, dei genitori. Pena la perdita del diritto a colmare le differenze di ordine sociale, economico, culturale che esistono e che sarebbe, quelle sì, ipocrisia classista, negare. Né si può creare ed incentivare un sistema clientelare e nepotista.

Ieri mezzo milione di persone è sceso in piazza contro il ddl “La buona scuola”, ma il governo, con la solita arroganza, ritiene di poterle liquidare come “minoranza chiassosa” che difende il proprio orticello di “privilegi”, ed a livello locale si ripete la stessa propaganda. Quali privilegi? Il privilegio, per esempio, di avere il contratto bloccato da 10 anni e tale resterà; quello della precarizzazione e/o di avere sedi lontanissime; quello di lavorare ore e ore senza essere retribuiti, con tutti gli “strumenti di lavoro” a proprie spese (magari chi è medico potrebbe spiegare se in sala operatoria si porta il bisturi da casa), altro che 500 euro (si ha una minima idea, poi, di quanto costino corsi, certificazioni, sussidi didattici, eccetera?); quello di essere diffamato costantemente da governi che hanno sempre più interesse a sopprimere ogni forma di dissenso e a impedire il consolidarsi di un pensiero libero?

Quali sarebbero allora le piccole convenienze alle quali coloro che manifestano questi giorni e che si pongono questo problemi vorrebbero conservare? La titolarità di sede, che per effetto del Ddl si perderà? Mi pare che la titolarità di sede sia a garanzia di una continuità didattica indispensabile. La libertà d’insegnamento? Ne abbiamo già discusso. E può un uomo politico, in Italia, oggi, all’indomani dell’approvazione dell’Italicum, parlare di conservazione di piccole convenienze, agli insegnanti?

Molto significativa nel merito, una frase di Erri De Luca: “C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva a uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”.

Rossella De Paola
Rosalinda Bucciarelli
Referenti del comitato Lip
(Legge di iniziativa popolare per una Buona Scuola per la Repubblica)
di Viterbo


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9 maggio, 2015

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