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Giustizia - Avvocati penalisti in sciopero fino al 4 dicembre: protestano per processi mediatici, riforma della prescrizione e del Csm e udienze via video

“Più braccialetti, meno carcere”

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Il braccialetto al posto degli avvocati penalisti viterbesi

Il braccialetto al posto degli avvocati penalisti viterbesi

Il presidente della Camera penale di Viterbo Mirko Bandiera

Il presidente della Camera penale di Viterbo Mirko Bandiera

Il segretario della Camera penale viterbese Carlo Mezzetti

Il segretario della Camera penale viterbese Carlo Mezzetti

Il vicepresidente della Camera penale di Viterbo Marco Valerio Mazzatosta

Il vicepresidente della Camera penale di Viterbo Marco Valerio Mazzatosta

L'avvocato Luigi Mancini, nel direttivo della Camera penale di Viterbo

L’avvocato Luigi Mancini, nel direttivo della Camera penale di Viterbo

Sciopero dei penalisti, il direttivo della Camera penale di Viterbo

Sciopero dei penalisti, il direttivo della Camera penale di Viterbo

Sciopero dei penalisti, il manifesto dell'Unione camere penali italiane

Sciopero dei penalisti, il manifesto dell’Unione camere penali italiane

Viterbo – Pochi braccialetti elettronici per Viterbo. Una decina al massimo.
Finiti quelli, si resta in carcere.

“Non ce ne sono altri, nonostante lo Stato spenda ogni anni 11 milioni di euro per comprarli”, dichiara il presidente della Camera penale viterbese Mirko Bandiera.

Anche per questo gli avvocati penalisti di tutta Italia incrociano le braccia dal 30 novembre al 4 dicembre, aderendo allo sciopero nazionale indetto dall’Unione camere penali italiane. Obiettivo: difendere la difesa e quelle garanzie per indagati e detenuti sempre più calpestate. Come nel caso dei braccialetti elettronici, dove neppure le regole bastano: l’articolo 58 quinquies dell’ordinamento penitenziario, che ha previsto le famose ‘cavigliere’ collegate con le caserme per monitorare i detenuti ai domiciliari, è praticamente lettera morta, perché, di fatto, i braccialetti non ci sono.

“Anche a Viterbo è capitato che detenuti già scarcerati abbiano dovuto aspettare che i braccialetti fossero disponibili per uscire dalla cella – ha spiegato ieri il vicepresidente della Camera penale Marco Valerio Mazzatosta -. A volte non ci sono i braccialetti. Altre volte i nostri assistiti scontano problemi di coordinamento tra forze dell’ordine e Telecom, unica azienda che svolge il servizio. Il risultato è sempre il carcere al posto dei domiciliari. E una norma di legge che non si applica per carenze strutturali”.

“Più braccialetti, meno carcere”, è lo slogan che gli avvocati viterbesi portano al polso, su braccialetti arancioni. Per le Camere penali italiane, ieri, è stata la “Giornata dei braccialetti”. Ma non è il solo buon motivo per scioperare.

L’avvocatura si lamenta anche dei processi mediatici, della riforma della prescrizione e del Csm, delle udienze a distanza per i detenuti rinchiusi in carceri troppo lontane dal tribunale che li giudicherà. “Si tagliano i costi del sistema giustizia sulla pelle dei detenuti – spiega il presidente Bandiera -. Sicuramente costa meno fare un processo in videosorveglianza che trasportare un detenuto dal carcere di Viterbo al tribunale di Milano, ma ne fa le spese il diritto di difesa. Se il detenuto non è in aula non può parlare col suo avvocato, suggerirgli domande, fargli osservare che certi passaggi delle deposizioni dei testimoni non corrispondono al vero. Guardare un processo da uno schermo e sedere davanti a un giudice non sarà mai la stessa cosa”.

La riforma della prescrizione attende il sì del Senato. Nel frattempo, incassa il no dei penalisti, perché “aumentando la prescrizione – dicono loro – aumenta solo la durata del processo che non sarebbe più ragionevole”. Un punto sul quale l’avvocatura non ci sta a fare la parte della cattiva: “La stessa stampa, spesso, ci fa passare per rallentatori del processo, quando non abbiamo poteri sulla prescrizione: il giudice la sospende ogni volta che chiediamo un rinvio. Spesso si arriva al processo tardi e nonostante non sia colpa nostra, ci si impone un’accelerazione che si traduce nel taglio delle nostre liste di testimoni o nel rifiuto di fare perizie. Ma noi non siamo un intralcio. Siamo le sentinelle del processo: senza di noi il processo non si fa”.

Il direttivo viterbese dà almeno tre motivi per cui i processi finiscono fuori tempo massimo: “Le notifiche perennemente sbagliate, i tempi lunghi della fase delle indagini, il ritardo dell’iscrizione nel registro delle notizie di reato. Significa che le denunce dei cittadini alla procura di Viterbo impiegano almeno un paio di mesi per diventare fascicoli assegnati ai magistrati. Addirittura un anno e mezzo, nel caso dei reati fiscali. Segnalazioni praticamente ferme per gli arretrati da smaltire o per carenza di personale. Per non parlare dell’organico della magistratura penale e dei continui trasferimenti dei giudici”.

Una vera emorragia tra tribunale e procura di Viterbo: nel 2016, il palazzo di giustizia dovrà fare a meno del giudice Eugenio Turco, del presidente Maurizio Pacioni, del procuratore capo Alberto Pazienti, del pm Renzo Petroselli e del gip Salvatore Fanti, dopo la collega Franca Marinelli. Quando il penale langue, si attinge dai magistrati del civile. Ma il buco è talmente grande che stavolta la toppa non basta. E per ogni magistrato che lascia, una quantità sterminata di processi si blocca.

“Per noi è una soprattutto una questione di diritti – ha spiegato l’avvocato Carlo Mezzetti -. Gli stessi diritti civili che i nostri colleghi, esercitando la professione, difendono in tutto il mondo, come Tahir Elci, l’avvocato curdo ucciso proprio per questo. Mai abbassare la guardia sui diritti civili”. 


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1 dicembre, 2015

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