Vejano – “C’erano parecchi cani, ma io adoro i cani e mai direi una parola contro quella signora, che aveva caratteristiche strane, ma dal momento che amava gli animali per me andava tutto bene”. Ai carabinieri che hanno messo in salvo lei e un’altra anziana da una presunta casa lager per anziani, due anni fa, aveva raccontato episodi ben più crudi. Ieri la 76enne, tra molte contraddizioni, ha fatto di tutto per ridimensionare le accuse: “Nessun maltrattamento, però mi minacciava. Mi diceva ‘se ti lamenti finisci sola e abbandonata chissà dove'”.
A parlare in aula è una delle presunte vittime di maltrattamenti e abbandono di incapaci e lesioni personali per cui sono sotto processo davanti al giudice Silvia Mattei i tre gestori di Villa Cappuccino, la casa per anziani di Vejano sequestrata dai carabinieri nell’aprile 2015. L’altra è un’anziana che due anni fa fu trovata col corpo coperto di lividi.
A dare l’allarme – dicendo di essere prigioniera di aguzzini che le impedivano di uscire – fu proprio la testimone sentita ieri dal giudice Silvia Mattei. Una 76enne originaria di Roma e senza alcun familiare, oggi in carrozzina, accompagnata in tribunale da due volontari della croce rossa, evidentemente in cattive condizioni di salute. Rimpiange la casa di Vejano da dove voleva scappare: “Dove sono ora sto male, malissimo. Non mi credono che sto male. A Vejano ero più autonoma, adesso non riesco nemmeno più a parlare”.
Gli imputati, una donna e due uomini, di 65, 76 e 79 anni, finirono tutti agli arresti domiciliari. “Per me quella era casa loro e io pagavo una somma per avere una stanza”, ha detto l’anziana.Cani e gatti ovunque non le davano fastidio, la sporcizia nemmeno. Le urla della proprietaria si: “Si preoccupava solo degli animali, con me urlava sempre. Ma non mi ha mai picchiata, era solo violenza verbale”.
Impossibile sentire l’altra presunta vittima, anch’essa tuttora viva, ma sofferente da anni di demenza senile. In aula il medico che l’ha visitata dopo il blitz dei carabinieri. “Aveva un’ecchimosi sulla coscia, un’altra sull’avambraccio, lividi in tutto il corpo. Non compatibili con la patologia, né con le cure. Ma era confusa, pensava di stare a Sutri o Nepi, non in grado di dire cosa li avesse provocati. Ci sarebbe voluto un medico legale”, ha spiegato il dottor Marcello Piccioni di Canale Monterano. In compenso ha confermato senza esitazione: “C’erano tre cani nel salone, puzzo di urina animale dappertutto, i gatti in cucina, sul tavolo e sul piano di lavoro, uno con il muso infilato in una pentola”. Il processo riprenderà il 21 marzo coi testi della difesa. Gli imputati sono assistiti dall’avvocato Massimo Boni.
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