Viterbo – Giovanni Falcone era isolato da tempo. Da anni, con Paolo Borsellino, faceva parte di un pool di magistrati al lavoro sui crimini commessi da Cosa Nostra. Gli uomini di mafia lo volevano morto. E su di lui, da qualche tempo, si erano allungate anche le ombre dei sospetti e delle critiche degli uomini dello Stato.
Che Falcone fosse isolato non bisognava supporlo, si vedeva.
Anno 1989. In Italia entra in vigore il nuovo codice di procedura penale e per gli addetti ai lavori iniziano corsi, dibattiti e convegni. E’ durante uno di questi che il magistrato viterbese Franco Pacifici incontra, per la prima volta, il collega siciliano. “Abbiamo scambiato un paio di battute. Sono stato l’unica persona con cui Falcone, in quei giorni, ha parlato. Era solo, e si relazionava esclusivamente con la sua scorta”.
Questa mattina il sostituto procuratore Pacifici, presidente dell’associazione magistrati di Viterbo, ha ricordato Falcone nell’aula cinque del tribunale di Viterbo. Lo ha fatto davanti a giudici, avvocati e imputati. Sono passati 25 anni dal 23 maggio 1992 quando a Capaci, alle 17.58, un boato ruppe il silenzio di un caldo sabato palermitano. La terra ha tremato. Sembrava un terremoto, ma erano cinquecento chili di tritolo. Una colonna di fumo si è alzata densa e nera in cielo. Una voragine si è aperta al chilometro 4+77 dell’autostrada, che dall’aeroporto corre fino alla città. Gli uomini della scorta vengono risucchiati. Uccisi. L’auto guidata da Falcone sbatte invece contro il muro di detriti. L’impatto è violentissimo e il magistrato e la moglie Francesca Morvillo vengono scaraventati sul parabrezza. Moriranno in ospedale. Ad azionare l’esplosivo è stato il killer Giovanni Brusca. Lo ha fatto a distanza, da una collinetta, con un telecomando.
“Giovanni Falcone è stato un magistrato che ha svolto il suo lavoro, sapendo di andare contro la vendetta della criminalità – ha detto Pacifici -. La strage di Capaci è stato un omicidio, un attacco allo Stato. Non è stata la sconfitta dello Stato. Un attacco che ha determinato un senso di coscienza sociale e dello Stato. La storia ci testimonia che in questi ultimi 25 anni le forze dell’ordine, le istituzioni, la magistratura hanno colpito sempre più la criminalità organizzata mafiosa”.
Per il magistrato Pacifici, “oggi l’Italia ricorda la rappresentanza dello Stato da parte di Falcone, la sua determinazione”. “Ho incontrato il collega nel febbraio dell’89, a un corso di formazione a Roma all’hotel Ergife. Arrivò con una scorta ad anelli in un ambito di soli magistrati. Capitai, casualmente, a due posti di distanza dal suo e scambiammo alcune parole. In quell’anno Falcone era attaccato a 360 gradi, ma è rimasto sempre un magistrato determinato. Ho provato una sensazione di tristezza, perché era un solo. Era un rappresentate dello Stato solo, che tutti i giorni metteva a repentaglio la propria vita. Ma nonostante le difficoltà ha portato avanti il suo lavoro”.
La strage di Capaci, un fortissimo attacco allo Stato. “I cittadini, che partecipano alla cosa pubblica, che controllano la democrazia, devono verificare che non si ripetano più queste situazione di morte, che non si ripetano più questi attacchi allo Stato. Ribelliamoci sempre. Magistrati, avvocati, trasmettiamo a tutti questo senso di Stato. A partire dalle scuole, dai bambini. I cittadini sono lo Stato, e guai a destabilizzarlo. Guai a destabilizzare le figure che fanno parte del pianta giustizia. Guai a destabilizzare chi perseguita la legalità, che non è solo il rispetto del codice ma la concretizzazione dei valori morali e sociali presenti in tutti i cittadini.
Se raggiungiamo questo obiettivo possiamo dire, convinti, che Falcone aveva ragione: Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”.
Raffaele Strocchia
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