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Tribunale - Operaio si trancia il braccio con la motosega - Ascoltata in aula la moglie della vittima

“Mio marito obbligato a dire che non era stato un infortunio sul lavoro”

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

Fabrica di Roma – Da ceramista a operaio gommista a potatore di olivi per il titolare dell’officina, che lo mandava in campagna in orario di lavoro. Fino a quando per poco non ha perso un braccio, tranciato dalla motosega. Per quell’infortunio, che avrebbero tentato di nascondere, sono finiti sotto processo il padrone e tre dipendenti.

Ieri il giudice Silvia Mattei ha sentito la moglie della vittima: “Mio marito – ha esordito subito la donna, una quarantenne – è stato obbligato dal datore di lavoro a dire in ospedale che si era infortunato a casa. A me invece lo ha intimato un suo collega, ‘non mi mettere nei casini’, abbandonandoci in ospedale”.

 “L’incidente è avvenuto in un terreno a Vasanello – ha spiegato – due operai hanno caricato mio marito su un vecchio Fiorino scassato e lo hanno portato in officina. Da lì il ‘capoccetto’ del padrone lo ha portato al pronto soccorso dell’Andosilla, poi mi ha chiamato. Come sono arrivata mi ha detto che non si doveva sapere che era successo sul lavoro. Intanto il padrone aveva detto a mio marito di non dire che era stato un infortunio, ma che gli era successo a casa. Ci hanno lasciate sola, me e mia figlia”, ha detto, confermando le pesanti denunce del giorno dopo l’incidente. 

I fatti risalgono al 7 ottobre 2011. Parte civile Roberto Pegoraro, rimasto invalido a causa dell’infortunio, assistito dall’avvocato Tania Cesarini. Si tratta di un quarantenne sposato e con una figlia adolescente, che, dopo aver rischiato di tranciarsi un braccio con la motosega, solo di recente si è visto risarcire i danni dall’Inail.

“Mio marito l’hanno portato a Roma per riattaccargli il braccio e prima dell’intervento i medici ci hanno detto che era una cosa gravissima, che poteva restare invalido, che dovevamo dire la verità e che se era successo sul lavoro si doveva sapere. Quel giorno ho perso anche mia madre, ma abbiamo capito che non potevamo e non dovevamo stare zitti”, ha spiegato. L’Inail lo ha poi risarcito, anche se a distanza di anni, in quanto regolarmente assunto come operaio dal datore di lavoro. 

“Mio marito a causa della crisi era disposto a fare tutto pur di lavorare. Da ceramista si era messo a a fare l’operaio gommista e se il padrone gli chiedeva di andare a  potare degli olivi lui era pronto”, ha sottolineato la donna al giudice. “Adesso sono tre anni che è in cura dallo psichiatra, da quel goirno non è più stato lui”. 


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23 giugno, 2017

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