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Civita Castellana - Se lo chiedono i lettori sulla pagina Facebook di Tusciaweb, dopo l'ultimo suicidio

“Ponte Clementino, perché non si mette una rete?”

di Stefania Moretti
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Civita Castellana - Ponte Clementino - I soccorsi sul posto

Civita Castellana – Ponte Clementino – I soccorsi sul posto dopo uno dei tanti suicidi

Civita Castellana - Ponte Clementino - I soccorsi sul posto

Civita Castellana – Ponte Clementino – I soccorsi sul posto dopo uno dei tanti suicidi

Civita Castellana - Ponte Clementino - I soccorsi sul posto

Civita Castellana – Ponte Clementino – I soccorsi sul posto dopo uno dei tanti suicidi

Ponte Clementino - Intervengono i vigili del fuoco

Civita Castellana – Ponte Clementino

Parigi - La rete di protezione a Notre Dame

Parigi – La rete di protezione a Notre Dame

Parigi - La rete di protezione sulla Tour Eiffel

Parigi – La rete di protezione sulla Tour Eiffel

Civita Castellana – Daniela Lazaroiu. E prima di lei Giuliano Magrini. Gennaro De Luca. Angelo Cavallo

La conta degli angeli di Ponte Clementino, a Civita Castellana, è infinita: undici in cinque anni, secondo le cronache, tra suicidi riusciti e tentati. Ma, andando ancor più indietro nel tempo, l’elenco si allunga; negli anni Settanta si diceva venissero perfino da Roma per spiccare quel volo lungo i mattoni rossi del ponte e tra il verde del bosco. 

Risiedeva nella capitale anche Daniela Lazaroiu. L’ultima vittima. Una badante romena di 47 anni che ha cercato – e trovato – la morte in fondo al ponte due giorni prima di Ferragosto. Le scarpe accanto al parapetto e il segno della croce prima di lanciarsi. Poi soltanto il vuoto. 

C’è chi ha potuto perfino raccontarlo, quel volo di cinquanta metri e più: nel 2013, una giovane donna della Tanzania fu risparmiata dai rovi che attutirono l’impatto, funzionando, almeno nel suo caso, come una rete salvavita. 

Ogni civitonico ha almeno una storia da raccontare su quel ponte. Storie di vite cancellate in un secondo. Gli angeli di ponte Clementino sono uomini, donne, anziani, giovani. Ognuno dilaniato da preoccupazioni. Ognuno andato via a modo suo. C’è chi si è seduto e si è abbandonato spalle al nulla. Chi ha guardato l’abisso negli occhi e, nonostante tutto, è riuscito a saltare. 

Quello che non cambia mai è il dopo. I passanti colpevolizzati per non aver fatto nulla. E non è vero quasi mai: tanti sono stati recuperati in extremis, sul ciglio del baratro, da chi passava sul ponte per caso. Nel posto giusto e al momento giusto per salvare qualcuno. 

Quello che non cambia è la polemica successiva ai suicidi. O ai tentativi.

Soluzioni ci sarebbero. Non per i mali dell’uomo, ovviamente. Ma per dissuadere. Creare impedimenti. Togliere a ponte Clementino la nomea di ultima stazione dei disperati e impedire a un luogo pubblico di diventare strumento di morte.

Come Notre Dame, la Tour Eiffel, l’Arco di Trionfo e tutti i monumenti storici di Parigi: alture off-limits, protette da reti a maglie larghe che non impediscono di godersi il panorama o da lunghe sbarre di ferro impossibili da scavalcare. Non a caso.

Ma non serve andare così lontano: anche il parapetto del giardino di Palazzo dei Priori a Viterbo ha una rete sottostante. 

Qualcuno avanza suggerimenti sulla pagina Facebook di Tusciaweb.

“Non c’è bisogno – scrive Angelo – di fare dei parapetti per la protezione che deturperebbero l’immagine del ponte, oltre al costo… Basterebbe mettere a due metri al di sotto del parapetto delle reti di protezione“.

Un’altra lettrice aggiunge: “Non ho capito perché non si prendono provvedimenti con questo maledetto ponte…”. 

Già. Perché?

Stefania Moretti


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16 agosto, 2017

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