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Viterbo - Luigi Petroselli, il sindaco di Roma che ha ridato dignità a migliaia di persone - Un ricordo a 36 anni dalla morte

“Queste cose noi non le facciamo…”

di Daniele Camilli
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Luigi Petroselli

Luigi Petroselli

Luigi Petroselli

Luigi Petroselli

Luigi Petroselli

Luigi Petroselli

Aurelia Petroselli

Aurelia Petroselli

Viterbo – “Queste cose noi non le facciamo”. Lo disse Luigi Petroselli. Poco dopo essere stato eletto sindaco di Roma. E lo disse a un parente che era andato a chiedergli una raccomandazione per trovare lavoro nella pubblica amministrazione. Luigi Petroselli era questo. Una persona onesta.

L’etrusco, il pugile”, lo chiamavano così i romani. In un modo o nell’altro sempre sprezzanti rispetto ai provinciali, “ai burini” al di là del raccordo anulare.  Luigi Petroselli era di Viterbo, Pianoscarano.

Gli piaceva scrivere poesie, fece il seminario dai preti, il liceo classico al Buratti e nel 1979 venne eletto sindaco della capitale. Il primo sindaco comunista di Roma.

Tra i più importanti dirigenti politici italiani e del Partito comunista nella storia del nostro paese. Quella “rude razza pagana” di dirigenti comunisti a stretto contatto con lavoratori, contadini e braccianti. Lavoratori, contadini e braccianti essi stessi. Vite fatte di sacrificio e di una militanza senza sosta. Chiari in testa i valori dello studio e del lavoro, della serietà e della severità. Innanzitutto verso sé stessi. Con idee precise, comunicate senza troppi approfondimenti. Una trasmissione dei valori efficace.

La differenza tra chi un partito lo ha costruito organizzando masse di sfruttati e chi lo ha semplicemente ereditato distruggendolo. In cambio di cosa, ancora non è dato saperlo.

Eletto sindaco di Roma – così lo ricorda la moglie Aurelia, amatissima – Luigi Petroselli saluta i genitori, va a cena e mangia con la sua famiglia senza spiccicare parola. Soltanto, alla fine: “dobbiamo restare con i piedi per terra”. Rivolto alla moglie Aurelia. Eppure, in quelle poche parole, non c’era solo il severo dirigente del Partito comunista, fatto ancora d’operai e partigiani. Non c’era solo il progetto di città e “d’avvenire” che poteva essere realizzato. C’era anche l’uomo, che in quei minuti di silenzio dentro di sé si prendeva la sua soddisfazione. Era il primo sindaco comunista di Roma e la scelta di nominare primo cittadino della città Argan nel 1976, prima di lui, era stata azzeccata. In quei minuti di silenzio, a tavola con la moglie, a cena, Petroselli poteva dirsi che era stato bravo. Per poi “tornare con i piedi per terra”. Lui, figlio di Giulio, tipografo antifascista di Pianoscarano.

Luigi Petroselli era di Viterbo, ma è morto a Roma. Il 7 ottobre del 1981. I romani gli hanno dedicato una delle principali vie della città, quella che passa sotto al Campidoglio. E gli resero omaggio in modo imponente il giorno dei suoi funerali.

Luigi Petroselli è stato il sindaco più amato nella storia di Roma e ha ridato dignità a migliaia di persone costrette fino ad allora a vivere in borgate senza alcun servizio e nel fango. 

Petroselli ha avuto a che fare con comitati di disoccupati, femministe, autonomi, autoriduttori, ospedalieri incazzati, studenti medi e universitari che inneggiavano alla P38. E nessuno di loro ha risparmiato niente a nessuno e non ha veramente lasciato mai nulla di intentato. Ha avuto a che fare con il movimento del ’77 e uno scenario politico inquieto e violentissimo. Dal brigadismo rosso al terrorismo nero, dal rapimento Moro alla strage di Acca Larentia. Un clima d’odio e di scontro. Con centinaia di organizzazioni terroristiche attive per Roma, decine di morti ammazzati e una guerriglia urbana devastante.

Anni terribili e mirabili, di straordinarie conquiste sul piano dei diritti e di una vera e propria rivoluzione su quello del costume e della cultura. Luigi Petroselli ne è stato parte, e tra i protagonisti più importanti. Uomo e politico di primissimo livello. Talmente tanto carismatico che i “compagni e le compagne” di allora ancora oggi, a distanza di 36 dalla morte, lo piangono e lo rimpiangono. Un rispetto che non è stato mai messo in discussione.

Senza però il culto della personalità tributato invece a Palmiro Togliatti. Petroselli era amato per come era fatto. Ed era innanzitutto una persona per bene, un uomo onesto. Una volta, durante un’assemblea di autoferrotranvieri romani, qualcuno gli tirò una monetina. Luigi Petroselli interruppe il discorso che stava facendo, la raccolse e disse: “questo no, non lo permetto. Sulla mia onestà non si discute”.

Poco prima che morisse pare abbia affrontato così il problema di un centro anziani di periferia che non si riusciva ad aprire a causa di qualche cavillo burocratico. Alcuni “compagni” chiesero l’intervento di Petroselli che si presentò di persona, chiavi in mano. Arrivò davanti al centro, infilò la chiave e tirò su la saracinesca. “Adesso è aperto”, disse.

“Queste cose noi non le facciamo”. Era il 1979. Prima che il segretario del Pci Enrico Berlinguer ponesse la “questione morale” al centro dell’agenda politica del partito, Luigi Petroselli la rivendicò laddove la questione morale si manifestava con le conseguenze più gravi. In famiglia. Senza fare sconti a nessuno.

Luigi Petroselli era questo, un uomo onesto e per bene. Un rivoluzionario. Fosse stato solo per questo. In Italia sicuramente. Un esempio di vita e una persona di cui andare fieri.

Daniele Camilli


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8 ottobre, 2017

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