Viterbo – Morto a Belcolle, scatta la denuncia.
A presentarla, tramite l’avvocato Antonio Iezzi, è stato il figlio di E.I. sessantenne viterbese affetto da tumore al polmone e morto all’ospedale Belcolle il 4 marzo 2013. E’ indirizzata alla Procura della Repubblica per chiedere la “punizione dei colpevoli” della morte del padre e il risarcimento dei danni.
Una decisione che arriva dopo le conclusioni dell’oncologo e neurochirurgo Roberto Pirrone, direttore sanitario dell’Istituto Santa Cecilia di Civitavecchia e consulente tecnico d’ufficio del tribunale di Roma, incaricato di svolgere una perizia medico-legale dai familiari dell’uomo.
“Sono rilevabili macroscopiche manifestazioni di imprudenza e negligenza – si legge nel documento di Pirrone del 18 aprile 2017 – da parte dei sanitari che ebbero in cura E. I. presso l’ospedale di Belcolle che favorirono l’evoluzione infausta della patologia neoplastica che pure lo affliggeva, causando se non altro una perdita di chances di sopravvivenza”.
La vicenda inizia nel gennaio 2011, quando “a E. I. – riporta la perizia citando gli atti -, 64enne agente di commercio viene riscontrato un adenocarcinoma al polmone sinistro, inoperabile, a seguito del quale inizia una serie di cicli di chemioterapia a Perugia, l’ultimo dei quali termina il 5 febbraio 2013.
Tali trattamenti – si legge ancora – risultavano ben tollerati nonostante modesti inevitabili effetti collaterali essenzialmente a carico del tratto gastroenterico (nausea, vomito e diarrea). Il paziente proseguiva la propria attività lavorativa restando ancorato ai ritmi di vita abituali, per quanto possibile”.
Il 21 febbraio 2013, dopo un’apparente remissione degli affetti avversi legati alla chemio, si manifesta una recrudescenza di tale sintomatologia, per cui, su indicazione del medico di famiglia, nella data del 22 febbraio veniva condotto al pronto soccorso dell’ospedale Belcolle e così refertato, con “codice giallo”: “diarrea e vomito in paziente con recente trattamento chemioterapico per neoplasia polmonare”.
Il paziente viene quindi ricoverato d’urgenza in medicina. “I consulenti chirurghi – continua Pirrone nella perizia – non ritenevano in più occasioni di intervenire su un quadro ileo adinamico, rinviando a dopo l’esecuzione di tac all’addome”, che però “venne eseguita il 4 marzo” e diede come esito “stato di schock in occlusione intestinale”. Quindi: “solo nella mattinata dello stesso giorno risulta per la prima volta allertato l’anestesista-rianimatore, che giunte le condizioni del paziente a quello stadio riteneva di non intervenire in alcun modo, lasciandolo al proprio destino”.
Conclude il dottor Pirrone: “La famosa tac chiesta il 28 febbraio ed eseguita il 4 marzo aveva il seguente quesito: ‘Stato di shock in occlusione intestinale’. Come mai fino ad allora si era sempre parlato di semplice sub-occlusione? giustificando così il mancato trattamento chirurgico? Perché non veniva allertato prima il Rianimatore, eventualmente trasferendo il paziente in reparto di cure intensive o in altro Nosocomio?” .
Di qui le contestazioni per “condotta omissiva nella gestione della vicenda del paziente, considerato malato terminale sin dal primo accesso in reparto Medicina per diarrea e vomito e carente sotto ogni punto di vista, la normativa sul consenso informato, opportunamente presente per una singola trasfusione di sangue, in una situazione però ove scelte terapeutiche fondamentali mai coinvolgevano i familiari”.
Infine: “Quanto sopra rilevato – si legge nella perizia – giustifica, a mio avviso, ampiamente la richiesta di un risarcimento in sede civilistica per Colpa professionale, avendo l’errata omissiva impostazione diagnostico-terapeutica (in assenza di qualsiasi coinvolgimento nei processi decisionali dei familiari) contribuito in modo più che rilevante alla evoluzione infausta della patologia neoplastica del paziente”.
Ovviamente il tutto dovrà essere vagliato dal tribunale, per ora si tratta solo di un a denuncia.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY