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Viterbo - Parla l'avvocato Delle Monache, che ha assistito la coppia fino all'unione civile: "Non è stato facile, ma è stata una soddisfazione partecipare alla loro gioia"

Prime nozze gay in carcere, una delle spose è una trentenne viterbese

di Silvana Cortignani
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Fedi nuziali

Fedi nuziali

L'avvocato Paolo Delle Monache

L’avvocato Paolo Delle Monache

Viterbo – Torna a far parlare di sé “occhi di ghiaccio”, la trentenne viterbese d’origine polacca che, sorpresa da due vigilesse in centro mentre andava contromano su un’auto rubata, è riuscita a volatilizzarsi al termine di un rocambolesco inseguimento. L’hanno identificata solo dopo, grazie ai suoi inconfondibili occhi azzurri “color del vetro”.

Sotto processo a Viterbo per ricettazione, giovedì la donna in aula non c’era. Sta scontando una condanna per droga nel penitenziario romano di Rebibbia, dove si è appena sposata con la compagna di cella, stabilendo il record delle prime nozze gay in carcere.

Per la coppia di recluse la luna di miele è cominciata il 26 ottobre scorso quando, grazie al legale viterbese Paolo Delle Monache, sono riuscite a unirsi civilmente in carcere, superando i tanti ostacoli burocratici che impedivano la realizzazione del loro sogno.

“La mia assistita – spiega il legale – è originaria della Polonia, mentre la sua compagna è brasiliana, per cui non è stato semplice raccogliere, tra l’Italia e l’estero, tutta la documentazione necessaria perché si potesse celebrare l’unione civile. Non è stato facile, ma alla fine ci siamo riusciti ed è stata una bella soddisfazione partecipare alla loro gioia. Hanno voluto anche preparare i confetti. Conservo gelosamente la mia bomboniera sulla scrivania dello studio”. 

Un amore nato dietro le sbarre. A celebrare l’unione civile è stato il vicesindaco di Roma Daniele Frongia, che ha un passato da volontario nelle carceri. La polacca ha indossato il suo vestito preferito, di un rosa pallido. La futura consorte, anche lei trentenne, i pantaloni e un gilet

La trentenne viterbese sapeva di essere omosessuale quando è entrata in carcere, lasciandosi alle spalle una storia che a sentire i genitori, agricoltori venuti tanti anni fa dalla Polonia e stabilitisi nella Tuscia, sarebbe all’origine dei suoi guai. La sua pena finirà l’anno prossimo. I genitori hanno voluto essere presenti al matrimonio, portando in dono le fedi con incisi i nomi delle ragazze.

La compagna sudamericana, invece, non aveva mai avuto un fidanzato. Resterà a Rebibbia fino al 2019, anche se ormai da qualche tempo esce per lavorare.

Il loro comportamento esemplare in carcere è stato uno dei motivi che hanno indotto la direttrice, gli psicologi e gli educatori, a sostenere la loro storia d’amore e ad aiutarle a coronare il loro sogno.

È stata una festa. Con tanto di fiori, regali, bomboniere e torta nuziale con una ventina di invitate del braccio femminile, le agenti, le operatrici e la direttrice. È la prima volta che due detenute si uniscono civilmente in carcere e che possono vivere sotto lo stesso tetto.

Silvana Cortignani


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10 novembre, 2017

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