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Viterbo - Caffeina Christmas village - Realizzazioni d'altri tempi per la Taverna del Gioco curata dal falegname Vasco Araldi nella casa di Babbo Natale

La magia del legno e l’amore per i giochi di una volta…

di Paola Pierdomenico
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I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

I giochi in legno realizzati da Vasco Araldi

Viterbo – Un richiamo al passato e un tuffo in un’atmosfera calda e accogliente, fatta di legno e semplicità. Quando bastavano un elastico, delle biglie e qualche birillo per divertirsi. Non è un sogno o il remake di un film di qualche anno fa. Al Christmas village, nella Taverna del gioco, sarà possibile rivivere certe sensazioni che, ormai, i ritmi della società tecnologica hanno accantonato. 

Gallery: La preparazione dei giochi in legno

A realizzare questo magico spazio è stato il falegname Vasco Araldi che, con Giacomo Malaspina, gestisce la ‘Scuola del legno La Malaspina’ a Pianoscarano. Grazie alla sua passione per i lavori manuali ha realizzato 14 giochi che sono a disposizione dei piccoli che visiteranno la casa di Babbo Natale. Proprio per non farli annoiare nell’attesa di vedere Santa Claus, Araldi ha preparato per loro tante sorprese.

“La collaborazione col Christmas village – racconta il falegname – nasce l’anno scorso, quando mi hanno chiamato per incrementare la fabbrica del giocattolo, visto che avevano bisogno di un tampone per la grande affluenza.

Lì per lì, mi sono inventato uno show di una mezz’oretta in cui mostravo principalmente ai bambini, ma anche ai grandi, come conoscere il legno attraverso i sensi e capirlo da dentro.

E’ stato divertente vederli reagire per esempio agli odori: avevo un campionario con una ventina di trucioli messi in altrettanti barattoli e dentro c’erano, per esempio, il ginepro o il cipresso. I bambini li annusavano divertendosi. Poi gli facevo toccare un legno che alla vista sembrava liscio, ma che al tatto non lo era. In falegnameria diciamo infatti che dove ‘l’occhio non vede, il dito sente’. Facevo anche  delle trottole realizzate in faggio con un tornio. Una bella esperienza…”.

Quest’anno torna con delle novità.
“Conoscevo Caffeina e ho sempre apprezzato chi fa, non chi critica solo per il gusto di farlo. Per questa edizione, mi hanno voluto coinvolgere nella realizzazione dei giochi del Christmas village visto che ne avevo fatti due per la sede di Caffeina che a loro sono piaciuti molto. Me ne hanno commissionati alcuni a mia scelta di ispirazione medievale e… mi sono fatto prendere la mano visto che, alla fine, ne ho fatti 14. Il lavoro mi ha preso perché mi piaceva e mi divertiva”.

Cosa ha creato?
“Tra i giochi, c’è una grande marble machine, cioè il percorso prestabilito che una biglia di vetro o di legno deve fare su una struttura in verticale. Ha una manovella che fa girare una cinghia con un pannello dietro al quale ci sono delle calamite che sembra che tirino su nel vuoto delle biglie dando l’effetto che si arrampichino da sole sul legno mentre c’è dietro un meccanismo ben preciso. Ho aggiunto dei campanelli per ricordare il Natale e l’ho decorata colorandola.

Mi sono divertito un sacco, poi ho fatto un bowling in scala ridotta con la palla che viene sparata da un cannone fatto con uno stantuffo di legno collegato con due elastici per buttare i birilli che poi si rialzano da soli. Il vecchio gioco della biglia e della monetina che tirandola deve fare un percorso a ostacoli, come gocce di colla calda, buchi e una polvere usata per la carta vetrata ed elastici, e fatto con anelli in legno.

Poi la barella, che è ispirato al gioco delle macchinine e della pallina di gomma che deve seguire un percorso per vincerla. Nella mia versione, si gioca in coppia con una serie di ostacoli. Ho fatto un tavolino con il domino attraverso le torniture di esercizi fatte dai miei allievi e messe via negli anni, con forme particolari che ho smussato, e ho preparato dei blocchetti cilindrici sagomati che variano dai 15 ai 20 che poi impilandoli dovranno creare una torre o una città.

Il classico tiro dei cerchi nel paletto, tre orizzontali e tre verticali, coi cerchi di diversa grandezza in base alla difficoltà, e una grandissima lavagna su cui dobbiamo capire se mettere delle regole su come approcciarsi ai giochi o lasciarla lì a disposizione dei bambini per sfogare la loro fantasia.

Quindi un gioco con il lancio del disco e un altro per la pesca reale con delle canne, due che hanno una calamita nascosta nel legno e altre due con un gancetto per i più abili. C’è anche un po’ di ‘didattica’ perché prima di prendere i pesci sagomati, si deve pulire il mare sporco, attraverso una raccolta differenziata di materiale come il legno, la plastica e le lattine e ancora un altro gioco per far passare un disco attraverso una fessura con un elastico, oppure un gioco con le due corde e un anello appeso dentro al quale c’è una pallina che deve fare un percorso verticale, senza farla cadere nei fori sul pannello”.

Quanto ci ha messo?
“E’ stato un impegno di tempo e lavoro durato circa un mese, quasi due ci sono voluti solo per la marble machine. Ho fatto prove a non finire… tutto è iniziato da una pallina per farle fare un percorso a mano, poi si sono aggiunte idee ed è diventato un progetto enorme. Non ho usato materiale di riciclo, ma di scarto del laboratorio, pezzi che avrei difficilmente potuto riusare”.

Come nasce la sua passione?
“Ho 40 anni e vengo da Milano. Dai 18 e per 10 anni ho lavorato nella telefonia e, nel frattempo, ho studiato per fare lo chef, prendendo in gestione un ristorante a Londra. Sono ritornato volentieri in Italia, forse uno dei pochi, e ho lavorato come concierge di un albergo di Milano, poi, per amore, sono venuto a Roma ho lavorato come primo maitre di sala, senza mai fermarmi e, infine, mi sono trasferito a Viterbo. Qui ho conosciuto Giacomo Malaspina e, insieme, abbiamo fondato la ‘Scuola del legno la Malespina’ a Pianoscarano, lui come insegnante e io come coordinatore”.

La scuola è molto conosciuta.
“Sì, a livello nazionale e non solo. All’inizio è stata dura perché è un laboratorio a sé molto artigianale per cui siamo più orientati alla prototipazione e quindi a pezzi unici impiegati per l’industrializzazione, collaborando con architetti e designer che ci commissionano il lavoro e con cui siamo a stretto contatto, loro sul pc e noi sul posto. Da questo sono nati anche concorsi di design che hanno funzionato. Non realizziamo mobili, ma pezzi che scegliamo noi imponendoci dei vincoli nella realizzazione. E’ questo il bello del nostro laboratorio, ossia che da un errore può nascere un’idea”.

Cosa si prova nel lavorare il legno?
“Ogni volta è una nascita… Chi lavora con noi deve adeguarsi al laboratorio che è la nostra isola felice e si deve armonizzare, perché abbiamo il nostro equilibrio visto che ci piace quello che facciamo e ci piace lavorare. E’ il nostro angolo di felicità quindi guai chi ce lo intacca. 

Di fronte alle problematiche, cerchiamo di capire come risolverle, usare tecniche diverse, dalla tornitura, all’intaglio, alla doratura per realizzare progetti lineari che funzionino visivamente e anche di design, non dunque accozzaglie di roba.

Noi amiamo insegnare, nessuno si inventa niente, ma, tutt’al più, si rivisita… un po’ come nei film… non nascono nuovi super eroi ma nuove versioni di quelli che ci sono già. Si dice che “Gli stolti copiano e i geni rubano’, non dico di essere un genio, ma prendo spunto. Con Internet poi è tutto molto più fruibile e condiviso e noi abbiamo solo il compito di trasmettere un’arte e la passione. E’ inutile tenere un segreto, siamo qui per la divulgazione. La spiegazione è un valore aggiunto, tanto – conclude Araldi – nessuno ci porta via nulla”.

Paola Pierdomenico


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28 novembre, 2017

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