– Tra madre e figlia, voleva scoprire chi era più brava a letto.
Questo avrebbe detto A.M.T., bracciante agricolo 43enne, alla figlia della sua convivente.
Avances che l’uomo nega di aver commesso, ma che gli sono comunque costate il carcere e un processo per violenza sessuale e maltrattamenti in famiglia in corso al tribunale di Viterbo.
Martedì mattina l’ultima udienza, davanti al collegio dei giudici presieduto da Gaetano Mautone (a latere Eugenio Turco e Rita Cialoni). Sul banco dei testimoni, la compagna dell’imputato e madre della presunta vittima, costituitasi parte civile e assistita dall’avvocato Mirko Bandiera.
La donna ha ripercorso la storia della loro lunga convivenza, iniziata 16 anni fa. Nel 2005 la coppia arriva in Italia. Poi, tre anni dopo, la figlia della donna, nata da una precedente relazione e all’epoca appena maggiorenne, li raggiunge a Viterbo col suo bimbo piccolo.
“Quando lui beveva perdeva la testa – ha raccontato la donna, esitante -. Diventava violento. Ci insultava e picchiava. Buttava all’aria la spesa che facevo col mio stipendio. Una volta gli ho chiesto: perché lo fai? Cosa mangiamo adesso? Lui si calò i pantaloni e mi rispose: mangiate ‘sto cazzo”.
Poi i presunti tentativi di violentare la figlia della sua convivente, la quale, in aula, ha cercato di ridimensionare la gravità dei fatti. “E’ stato uno sbaglio – ha detto la signora, raccontando il primo episodio di presunta violenza sessuale -. Lui, ubriaco, aveva chiesto a mia figlia di andare a letto insieme e ha cercato di toccarla. Poi, però, le ha chiesto subito perdono”.
Da quella volta, comunque, anziché cambiare in meglio, la situazione sarebbe degenerata, tra botte, insulti e minacce, che hanno convinto la giovane a sporgere denuncia. La querela sarebbe poi stata ritirata, dopo le pressanti richieste dell’imputato. Ma in seguito, madre e figlia sono tornate dalla polizia. E stavolta, per A.M.T. sono scattate le manette per minacce, ingiurie, violenza sessuale, violenza privata e maltrattamenti in famiglia.
L’uomo, difeso dagli avvocati Paolo Labbate e Marina Costaggini, è stato scarcerato oggi, con permesso di lavoro, dopo più di sette mesi agli arresti. Martedì, in aula, ha negato ogni accusa, compreso il vizio del bere e i ripetuti approcci con la figlia della sua compagna.
Sentiti anche un’operatrice del centro antiviolenza Erinna e un maresciallo dei carabinieri.
L’udienza è aggiornata al 10 aprile per ascoltare altri sette testimoni.
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