Viterbo - La commissione antimafia nella relazione d'inchiesta sul medico di Belcolle trovato morto in casa
di Raffaele Strocchia
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 Attilio Manca  Bernardo Provenzano |
Viterbo – Per i suoi familiari, Attilio Manca – l’urologo trovato cadavere nel 2004 nel suo appartamento a Viterbo – è stato ucciso dopo aver visitato e curato il capo dei capi. Questa tesi non ha però trovato conferme nelle aule di giustizia, e anche per la commissione parlamentare antimafia – che aveva aperto un’inchiesta sulla morte del medico di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) – “non è mai emerso alcun rapporto tra le cure approntate a Bernardo Provenzano per il suo tumore alla prostata e il dottor Attilio Manca”.
L’omicidio di mafia, secondo la commissione presieduta da Rosy Bindi (Pd), è un “movente che si è rivelato durante le indagini svolte dalla procura di Viterbo privo di concreti riscontri. L’intervento chirurgico subito dal latitante a Marsiglia è stato ricostruito minuziosamente, quasi al minuto, con l’individuazione di tutti coloro che vi svolsero un ruolo (accompagnatori, soggetti che avevano prenotato le visite, personale medico e paramedico)”. Ma tra questi “non c’è l’urologo barcellonese – sottolinea la commissione antimafia -. Ammesso che Manca si trovasse in Francia nei periodi in cui il latitante era a Marsiglia, tale coincidenza (di cui non vi è prova certa) è da sola inidonea a dimostrare l’esistenza di rapporti diretti o indiretti tra Manca e Provenzano”.
La commissione aggiunge che “nemmeno risulta, dalle complesse indagini svolte sul latitante, che Manca abbia comunque prestato, anche solo attraverso un consulto, la sua opera in favore di Provenzano. Né risulta che per curare il corleonese la mafia palermitana abbia chiesto ausilio a quella barcellonese. Né risulta che Provenzano abbia fatto mai ammazzare chi lo aveva riconosciuto, posto che nessuno sapeva dove si rifugiava. Né risulta accertata la presenza di Provenzano a Barcellona Pozzo di Gotto”. Secondo la famiglia Manca pochi giorni prima dell’operazione il boss sarebbe stato nel comune messinese, nascosto nel convento di sant’Antonio.
Per la magistratura viterbese la morte dell’urologo è una “tragedia di droga”, e il tribunale di via Falcone e Borsellino ha condannato la donna che avrebbe ceduto all’urologo l’eroina letale. Anche la Dda di Roma è stata “investita della vicenda. Il camorrista Giuseppe Setola – spiega la commissione antimafia – il 4 luglio 2014 aveva riferito che nel 2007, durante un periodo di comune detenzione, un mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto, Giuseppe Gullotti, gli avrebbe raccontato che un uomo della propria cosca avrebbe ammazzato un giovane ‘oncologo’ di Barcellona che aveva visitato Provenzano in ‘Svizzera’ per problemi alla prostata. Tali dichiarazioni, valutate dalla commissione, suscitano qualche perplessità non solo per l’imprecisione del racconto (per i riferimenti all”oncologo’ e alla ‘Svizzera’) ma anche perché Gullotti, sia all’epoca dei viaggi di Provenzano a Marsiglia sia all’epoca della morte di Manca, era detenuto”.
La procura capitolina ha però chiesto l’archiviazione del caso, perché i “pentiti non sarebbero credibili e le versioni contrastanti”. “Sarà dunque il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Roma – sottolinea la commissione antimafia – a chiarire se siano stati acquisiti elementi che permettano una ricostruzione dei fatti in termini di omicidio di matrice mafiosa”.
Ma la famiglia Manca sembrerebbe non volersi arrendersi, avendo già depositato – tramite i suoi legali, gli avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici – l’opposizione alla richiesta di archiviazione. Per mamma Angela e papà Gioacchino, molte cose ancora non tornano: i segni delle punture di eroina nel braccio sinistro, incompatibili con il mancinismo di Attilio; le siringhe trovate chiuse con il tappo di protezione; l’assenza di propositi suicidari e la capacità della vittima, in quanto medico, di dosare l’eroina per evitare quantità fatali; l’assenza di materiale per la preparazione dell’eroina e del laccio emostatico per l’endovenosa.
“I segni delle punture rinvenute nel braccio sinistro non sono in assoluto incompatibili con il mancinismo di Manca – sostiene la commissione antimafia -. Non stupisce che un medico possa egualmente, data la manualità acquisita, effettuarsi un’iniezione con qualunque mano indifferentemente. Soprattutto se sorretto dall’uso di uno specchio, come sembra accaduto nel caso di Manca (l’iniezione cadutagli dalle mani è stata ritrovata quasi in corrispondenza con lo specchio del bagno), e se si considera anche la non remota possibilità che il dottor Manca abbia inteso deliberatamente inocularsi al polso sinistro, cioè proprio dove portava l’orologio al fine di celare facilmente i segni di agopuntura”.
Per quanto riguarda le siringhe trovate chiuse con il tappo di protezione, la commissione sostiene che “possono deporre proprio per l’autoinoculazione. Si potrebbe sostenere che Manca non solo era portato per mestiere con un gesto quasi automatico a chiuderle prima di gettarle, ma aveva tutto l’interesse a non lasciare tracce nella sua abitazione frequentata da più persone. Anzi, potrebbe apparire inverosimile che l’eventuale aggressore avesse chiuso le siringhe e per di più diversificandone il luogo di ritrovamento, così rendendo meno spettacolare e meno evidente l’uso di ben due iniezioni di eroina e dunque l’overdose. La mancanza di laccio emostatico, inoltre, potrebbe ben giustificarsi con la manualità del medico o eventualmente con l’esperienza dell’abituale assuntore di stupefacenti”.
La capacità di Manca di saper dosare l’eroina e dunque evitare l’overdose, è per la commissione antimafia un argomento “privo di portata probatoria. La dose mortale dipende non tanto da una quantità letale in assoluto ma da una quantità letale in relazione al singolo, nonché alla qualità dello stupefacente. Dato lo stato di overdose, può anche ritenersi verosimile che Manca abbia fatto uso della seconda dose di eroina proprio nella fase di obnubilamento o di euforia dovuta alla prima somministrazione”.
Raffaele Strocchia
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