Viterbo – (sil.co.) – Minaccia l’allora direttrice Teresa Mascolo, a processo boss della ‘ndrangheta all’epoca detenuto nel carcere di massima sicurezza di Mammagialla in regime di 41 bis.
Imputato davanti al tribunale di Viterbo del reato previsto dall’articolo 336 del codice penale, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, è finito Leone Soriano, 52 anni, capo dell’omonima ‘ndrina di Filandari, nel Vibonese.
Tra l’8 e il 9 novembre 2013, cinque anni fa, Soriano aveva tentato di togliersi la vita a Mammagialla, realizzando un cappio con le lenzuola e appendendolo alle sbarre. I fatti per cui è oggi sotto processo risalgono a quel periodo.
L’udienza, in programma mercoledì scorso, è stata però rinviata al prossimo 8 giugno, per l’assenza dell’imputato che, nel frattempo, è stato trasferito in un altro istituto di pena, è stato scarcerato e pochi giorni fa è finito di nuovo in cella. A celebrarlo sarà il giudice Gaetano Mautone.
Ai tempi del tentato suicidio a Mammagialla, i difensori Diego Brancia e Salvatore Staiano avevano già inoltrato una richiesta di revoca del regime del carcere duro al ministro dell’interno Angelino Alfano. Dopo la relazione della polizia penitenziaria al tribunale di Vibo Valentia, chiesero la nomina di un perito medico legale per verificare la compatibilità delle condizioni di salute del boss con la detenzione in carcere.
Trasferito poi nel carcere campano di Secondigliano, Soriano, una volta scarcerato, avrebbe organizzato, lo scorso 5 febbraio, l’incendio di un escavatore dell’imprenditore che aveva contribuito a farlo arrestare nell’ambito dell’operazione “Ragno”, ovvero l’inchiesta della Dda che, portando alla luce una serie di estorsioni e attentati con bombe e colpi di pistola a opera della cosca Soriano, lo aveva condotto a Mammagialla.
Fatto sta che Soriano, dall’8 marzo, è di nuovo in carcere, in seguito a un’operazione che ha coinvolto anche altri membri della sua famiglia per reati legati alla detenzione di armi e droga, estorsione e minacce.
Il boss, in particolare, mentre si trovava ancora nel carcere di Secondigliano, avrebbe inviato alcune missive dal carattere intimidatorio (una recapitata il 31 gennaio 2017 e una l’11 maggio 2017) all’imprenditore, a titolo “risarcitorio per le spese legali sostenute a seguito delle denunce sporte” poi sfociate nell’operazione antimafia “Ragno”.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY